Maria Loscrì

Esiste una Calabria raccontata con il linguaggio del sublime sin dai tempi in cui i viaggiatori del Grand Tour vedevano in essa l’oggetto del proprio desiderio, variamente attratti ora dall’incantevole bellezza degli scenari, ora dagli spasmi di un territorio in continuo mutamento, ora dalle romantiche mulattiere, ora dalla presunta perfidia degli abitanti, ora dall’essere epicentro di una memoria cui attingere e ispirarsi.

Una terra disseminata qua e là di paesaggi scabri, quasi lunari, ricca di pascoli, rivi gorgoglianti e impetuosi, foreste secolari e frondose, sentieri serpeggianti per passare attraverso luoghi solitari e terre spopolate e incolte.

Vi è nei resoconti del Grand Tour quel tanto di creatività che appartiene a storici irregolari come Erodoto e Svetonio, che i viaggiatori finiscono inavvertitamente per imitare. Ma c’è anche qualcosa che affiora da un livello più profondo: un intenso amore per la grecità che trae linfa ora da un rudere, ora da un ritmo musicale, ora da una lingua perduta: paesaggi dell’anima dominati da un’unità intatta dove si annidano i fantasmi della memoria. E ciò ammaliava, seduceva, incoraggiando viaggi in una terra molto spesso ardua, aspra, con un quadro orografico estremamente composito che il dissesto geologico, il disordine idrico e una serie interminabile di movimenti tellurici avevano reso ancora più sublime.

Nell’immaginario del tempo la Calabria era una sorta di locus amoenus che risuonava ancora delle lingue perdute, abitato da popolazioni arcaiche, ricco di castelli e abbazie caratterizzati da un’architettura imponente ma impenetrabile allo stesso tempo. Un’alchimia straordinaria di una terra capace di conciliare nelle affinità gli opposti, nelle metamorfosi il principio.

 

Capocolonna (Crotone)

Ancora oggi la Calabria, per il viaggiatore che voglia conoscerla, scoprirla, apprezzarla, è la terra in cui il paesaggista troverà luoghi di bellezza sorprendente, l’antiquario le rovine che non sono ancora state studiate, il botanico scoprirà le piante e i fiori più rari d’Europa mentre il filosofo sarà colpito dalla grandezza dell’antica Grecia che ancora vive in pietre e memorie. Ma in questa linea serpentina del sublime in cui la dimensione del viaggio e della scoperta si ancorano in maniera indissolubile con quella della vita e della natura di questi posti, vi è un elemento rimasto sullo sfondo, quasi inesplorato, che racchiude in sé, con molta probabilità, le ragioni per cui il viaggiatore di oggi, così come quello di ieri, sfiora questa terra per andare via subito, la accarezza senza assaporarla pienamente, la vive di passaggio o, qualche volta, la evita: rimane sullo sfondo la gente di Calabria, i vicoli che risuonano di voci gioiose, le rughe che hanno visto generazioni incontrarsi nei mestieri della tradizione, i campi che conservano il sudore della fronte di chi, dall’alba al tramonto, scandiva i ritmi del faticoso calendario rurale, intonando canti e melodie, il dolore di chi ha dovuto abbandonare la casa natia per cercare il pane altrove, il coraggio delle donne, mogli, madri, figlie che hanno retto sulle proprie spalle il peso delle mille attese e delle altrettante illusioni, delle tante speranze e dei tanti disincanti.

Come ha ben riflettuto Augusto Placanica, “Un popolo non soggetto, ma oggetto di storia”, caratterizzato da identità mobili presenti in una terra complessa e ricca di contraddizioni in cui il problema certamente politico delle tante e varie identità presenti nella regione, reclama una risposta e una soluzione politica, in senso lato, come politica delle immagini, delle rappresentazioni, delle narrazioni.

L’acuta penna di Berto ha additato con stupefacente precisione i responsabili di tale situazione: “Sulla Calabria s’è abbattuta una distruzione più maligna di quella dei terremoti, e i principali responsabili sono le amministrazioni locali – quasi tutte avide e ottuse – e i vari governi e governanti, che hanno sempre affrontato e continuano ad affrontare il problema del Mezzogiorno con stupefacente rozzezza”.

 

Parco della lavanda (Morano Calabro, Cosenza)

Aggiungeremmo, con visioni miope ed eterodirette, nella maggior parte dei casi avulse dal flusso di relazioni che accompagnano e caratterizzano, per la loro stessa natura, le comunità in quanto tali le quali, nella Calabria degli ossimori, racchiudono e comprendono, con tutta probabilità, il senso e la direzione di un intervento di programmazione e progettazione territoriale che non può più prescindere dal capitale sociale che ne è parte integrante. La vera scommessa di riscatto di questa ricca ma sfortunata terra non può che venire dalla (ri)scoperta di una voce del suo Patrimonio finora rimasta fuori scena, e forse non a caso. Non è più pensabile che si continui nella decantazione delle meraviglie contraddittorie della Calabria, così come avvenuto ad opera dei viaggiatori del passato così come non è più pensabile che chi occupa le poltrone di comando pensi di poter risolvere le tante problematiche incombenti a suon di slogan e formule già ampiamente proposte e sperimentate. Il sublime della Calabria risiede, e va ricercato, proposto e valorizzato nella complessità e nella densità delle relazioni che caratterizzano le sue comunità che, a ragion veduta, devono diventare protagoniste di una programmazione partecipata nella costruzione dei processi di cambiamento in cui si sviluppano consapevolezza e strategie di azione partendo dalla interazione di diverse capacità, sensibilità, competenze.

 

Cattolica bizantina di Stilo (Reggio Calabria)

I diversi volti della Calabria devono potersi comporre in un quadro unitario in cui il denominatore comune sia rappresentato da “comunità competenti”, ovvero da persone via via comprese in gruppi sempre più organizzati che abbiano un repertorio di possibilità e di alternative, dunque abbiano un “potere” di pensare e di agire, sappiano dove e come ottenere risorse, chiedano di essere autonome in quanto caratterizzate da capacità di autodeterminazione e autostima. Il cambiamento può e deve originare dal gruppo sociale poiché le persone hanno in sé e nelle comunità cui appartengono le risorse per produrre cambiamento e, d’altro canto, perché i processi di cambiamento siano realmente democratici, necessitano, obbligatoriamente, di una concreta partecipazione dei cittadini nella definizione, nella produzione, nella comunicazione e nella valutazione dei cambiamenti che riguardano la comunità. Maggiore è il problema da affrontare, maggiore sarà la necessità di interazione tra i soggetti, così come maggiore sarà l’esigenza di intensificare la densità delle relazioni fra gli stessi. Ciò significa, in altri termini, lavorare sull’elemento più inesplorato del Patrimonio, calabrese in particolare, ovvero sul capitale sociale. In questa nuova dimensione esplorativa, il calabrese che vive in Calabria, ma anche chi ha lasciato la propria terra natia e volge lo sguardo nostalgico alla casa paterna, comprenderà che ragionare in termini di cambiamento reale, praticato e non solo ben predicato, significa puntare sull’intensità del grado di coesione sociale esistente nelle comunità di volta in volta considerate per riferirsi ai rapporti che si instaurano tra le persone stesse e che stabiliscono reti, norme e fiducia sociale, facilitando il coordinamento e la cooperazione nell’ottica di un vantaggio reciproco. La questione è particolarmente delicata allorquando si tratta di processi di partecipazione su iniziativa di un soggetto pubblico che chiama in causa anche i processi della rappresentanza nell’ambito delle politiche sociali. Ed il tema è particolarmente spinoso in regioni come la nostra in cui la progettazione calata dall’alto ha determinato non pochi squilibri, e a più livelli, soprattutto con l’incalzare di tempi che impongono di coniugare l’universalizzazione dei principi con la localizzazione delle prassi. Come può, una regione come la Calabria, governata a suon di slogan e formule dal comprovato insuccesso, comprendere che la vera e unica svolta è rappresentata da processi di progettazione partecipata? A fronte dell’interrogativo, potremmo prospettare un’auspicabile inversione metodologica nella programmazione delle politiche per le nostre comunità, ovvero:

  • Incoraggiare interpretazioni pluralistiche dei problemi sociali, facendo interagire e, possibilmente, integrando diversi tipi di conoscenza
  • Dando voce alle narrative minoritarie
  • Creando legami tra i gruppi, le persone, le organizzazioni che condividono uno stesso problema, di una determinata comunità
  • Identificando i punti di forza già esistenti in una data comunità

L’inversione di approccio metodologico e fattuale potrebbe certamente consentire, non solo al novello viaggiatore, ma al calabrese stesso, di cogliere un che di sublime in una terra che aspetta ancora oggi di narrarsi dopo essere stata a lungo narrata.