iussoli calabria condivisa

Quando la terra è madre

Di Ernesto Mancini.


Lo ius soli e lo ius culturae sono diritti umani che le nostre leggi non riconoscono; anzi le forze politiche di destra li avversano, quelle di sinistra li sostengono ma senza determinazione o adeguata lotta politica. Non vengono neppure convocate manifestazioni di piazza con continuità e risultati  per cui anche i cittadini stanno solo a guardare al caldo delle loro case mentre il mare restituisce corpi di tanti uomini, donne e bambini che generano pietà, peraltro dopo un po’ rimossa.

Ne parla in questo articolo l’avv. Ernesto Mancini, socio di Calabria Condivisa, coordinatore del gruppo Diritti Civili.

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G20: persone, pianeta e prosperità!

Di Thomas Vatrano

In data 30-31 ottobre 2021 si è tenuto il sedicesimo incontro del Gruppo Venti (G20) a Roma. Il summit si è articolato su diversi temi che la presidenza italiana ha articolato in tre P: persone, pianeta e prosperità. Nel primo ambito si è discusso sugli effetti che la pandemia da Covid-19 ha avuto sugli equilibri economici e sociali nel mondo.

In virtù dell’orientamento della rubrica “Idee green” metteremo a fuoco il secondo punto, quello sul pianeta.

I cambiamenti climatici sono in atto ormai da tempo. Chi ne sta pagando le conseguenze? La salute pubblica, l’agricoltura, gli animali, ecc.

Probabilmente la notizia che molti degli habitat sono a rischio, che molte specie vegetali e animali sono estinte o che a breve lo saranno, non desta preoccupazione nelle coscienze comuni, ma in realtà è a rischio anche la salute umana, magari anche di quelle persone che si sono sempre adoperate per il rispetto altrui e del pianeta stesso.

Come disse Gabriele D’Annunzio: “Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori”.

Da anni la comunità scientifica “grida” ad un imminente e preannunciata catastrofe climatica, ma probabilmente il loro monito è rimasto per lungo tempo in una zona a metà e intanto l’avanzamento del cambiamento si fa sempre più pressante.

Allo stato attuale risultano sempre più frequenti eventi climatici estremi, quali nubifragi, uragani, lunghi periodi di siccità, shiftamento delle stagioni e tanto altro ancora.

Forse oltre alle variabili climatiche sono cambiate anche le nostre coscienze! Basta guardarsi intorno, le strade trasbordano di rifiuti e nonostante le amministrazioni pubbliche si adoperino per installare strumentazioni di video sorveglianza, lo scempio si perpetra indisturbatamente. Siamo sicuri che la pandemia da Covid-19 sia servita a stimolare la nostra sensibilità? Ne dubito.

Diversi sono i lavori scientifici sulle stime dell’impatto che avranno i cambiamenti climatici sulla salute della comunità.

Il Bacino del Mediterraneo è colpito da un trend di riscaldamento che porterà ad estati più corte e calde e ad un aumento nella frequenza e severità delle ondate di calore e una riduzione delle precipitazioni.

I principali effetti sulla salute sono correlati agli eventi meteorici estremi (che includono temperature estreme e inondazioni), malattie legate al clima e cambiamenti nelle condizioni ambientali e sociali.

Il cambiamento climatico colpirà i settori vulnerabili della regione, compresa una popolazione sempre più anziana, con una percentuale più elevata di persone affette da malattie croniche, nonché la popolazione povera, che sono quindi più sensibili agli effetti delle temperature estreme.

Nell’ultimo report dell’IPCC il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, viene mostrato come le emissioni globali debbano essere dimezzate entro il 2030 e completamente azzerate al massimo entro il 2050. Qualora così non fosse, e i livelli di CO2 dovessero continuare ad aumentare, ci si attende un aumento della temperatura di oltre 1,5°C entro pochi anni.

Uno scenario molto preoccupante che vedrebbe una compromissione a più livelli ossia:

si arriverebbe al punto di non ritorno sullo scioglimento delle calotte glaciali

aumento degli eventi estremi

scarsità di acqua

aumento della povertà

perdita di specie ed estinzioni

compromissione degli ecosistemi

È ora di rimboccarsi le maniche e pensare alla salute del nostro Pianeta, un Eden, almeno nel momento in cui Dio lo “consegnò” nelle nostre mani!!


La campagna olearia è alle porte

di Thomas Vatrano

Come di consueto, anche quest’anno, si aprono le porte dei frantoi. L’annata 2021/2022 si appresta a prendere forma, tra aspirazioni e tante difficoltà.

Si! Perché il settore oleario, ormai da anni in crisi, deve fare i conti con i prezzi dell’olio che difficilmente consentono una adeguata remunerazione degli sforzi sostenuti per la produzione del famoso oro verde.

Di contro, spesso l’agricoltura (il settore trainante di ogni civiltà) viene condotto come se fosse un hobby, senza l’ausilio dei professionisti del settore e a volte si pensa che sia una pratica nelle “mani” di tutti, dimenticando che dietro la crescita, la difesa e la produzione ci sia la scienza!

Ma torniamo all’”oro verde”, alimento nutraceutico dalle mille proprietà che fanno bene a coloro che lo consumano in modo costante e che soprattutto, scelgono il prodotto di alta qualità.

Per chi non lo sapesse l’olio extravergine di oliva ci difende dallo stress ossidativo, contrastando gli effetti dei radicali liberi o semplicemente previene il cancro, protegge il cuore e le arterie dall’invecchiamento, ci difende dalla depressione, previene gli ictus, il tumore della pelle. Sapevate che l’oleocantale (uno dei biofenoli più importanti) ha delle proprietà simili all’ibuprofene?

L’oleuropeina (il classico amaro contenuto nelle drupe, per chi l’avesse mai assaggiate) aiuta la riduzione del grasso viscerale (temibile nemico!) o la correzione dei livelli di glucosio nel sangue, nonché la normalizzazione dei livelli di colesterolo, ecc. come dimostrato in diversi studi scientifici.

L’annata in corso, stando alle stime degli addetti ai lavori, dovrebbe essere di qualità oltre che di quantità.

La raccolta delle olive, soprattutto nei piccoli paesi, è un momento di condivisione, di stare in famiglia o tra amici, di festa e contatto con la natura. Un tempo la raccolta delle olive si faceva rigorosamente a mano e mediante l’ausilio di pertiche che fungevano da moderni abbacchiatori, con la semplice differenza che il motore erano le braccia allenate degli uomini. Si usava soprattutto raccogliere da terra o dopo che le stesse cadevano sulle reti. Il termine “coccijara” era riferito all’atto in sé della raccattatura singola delle olive a terra, lavoro prettamente femminile, che precludeva forza di volontà e pazienza. Si intonavano canti di festa, si raccontavano storie antiche e perché no, anche un po’ di gossip magari! La pausa pranzo si faceva rigorosamente all’aperto, ai piedi di un grosso albero di ulivo, consumando i doni della terra.

Ora le cose sono un po’ cambiate, le aspirazioni sono diverse, ma voglio pensare che la raccolta delle olive sia ancora un momento di rispetto dei vecchi valori e di sicuro della condivisione, convivialità e appartenenza alla propria terra.

Nei cambiamenti positivi c’è senza dubbio la bacchiatura delle olive, si evita (almeno spero) di molire olive ammuffite o che siano rimaste per tempo sulle reti. Le tendenze attuali vanno verso l’olio di qualità fortunatamente, altrimenti tutti i pregi sopra elencati svanirebbero.

A fine giornata, si raccolgono meticolosamente le reti, avvolgendole in modo garbato, si caricano le cassette sui rimorchi o nelle macchine e si “corre” al frantoio. È emozionante osservare il primo getto d’olio spuntare fuori dal separatore (la fase finale del processo di estrazione), il verde-giallo dell’olio di prima spremitura ci da consapevolezza di quanto grande sia la natura, di quanto bello e importante sia il lavoro degli agricoltori, il settore primario.

Sapete come si riconosce un olio di qualità?? Semplice. Con i nostri sensi! Strano ma vero. Imparate a riconoscere tutti i sentori del flavour, l’insieme dei profumi imprigionati nell’olio d’oliva, costituiti da minuscole molecole che riscaldandosi diventano volatili e inebriano i nostri sensi.

Adesso tocca a voi, assaggiatelo sul pane, sui fagioli alla “pignata” o semplicemente su un cucchiaio da tavola.

E allora…Buona raccolta e soprattutto… Buon olio a tutti!


L’IMPIEGO DEI TRONCHI ATTERRATI PER LA DIFESA DEI VERSANTI DALL’EROSIONE

di Giuseppe Bombino

GLI EFFETTI DEGLI INCENDI

Dopo un incendio distruttivo, venendo meno la funzione protettiva dell’ecosistema forestale, è la gravità la forza che più di ogni altra si impadronisce della montagna. Del bosco non rimangono che alberi inanimati tenacemente fermi nella loro verticalità, e tronchi atterrati, spesso distesi sui versanti più ripidi.

I primi, inevitabilmente, si spezzeranno in occasione delle prime avverse condizioni meteorologiche. Quelli che giacciono al suolo a causa dell’incendio, invece, sono già pronti a scivolare o rotolare verso valle riducendo la capacità idraulica dei corsi d’acqua e minacciando la funzionalità delle infrastrutture.

Il dissesto idrogeologico, inoltre, si manifesta prevalentemente nei versanti acclivi e privi di copertura vegetale, in relazione all’incremento della risposta idrologica (in termini di deflusso e produzione di sedimento) della pendice denudata.

L’IDEA

L’immobilizzazione dei tronchi atterrati rappresenta una valida alternativa rispetto alle onerose operazioni di rimozione, quando possibili. D’altra parte, ancorché degradati, tali tronchi potrebbero svolgere una funzione antierosiva qualora venissero sapientemente sistemati lungo le curve di livello della pendice.

L’AREA DI STUDIO E DI INTERVENTO

A tale proposito, presso l’Azienda Agroforestale Francesco Saccà, in Roccaforte del Greco, è stato realizzato un cantiere pilota per la creazione di “barriere antierosive” mediante l’impiego dei trochi atterrati dai recenti incendi boschivi che hanno interessato quel territorio.

LE BARRIERE DI TRONCHI PER CONTROLLARE I PROCESSI EROSIVI E FAVORIRE IL RITORNO DEL BOSCO

La “barriera di tronchi” costituisce un semplice intervento di sistemazione naturalistica del versante in grado di: (i) interrompere la lunghezza delle direttrici di deflusso, (ii) fermare il terreno eroso e (iii) modificare leggermente la pendenza del versante, con conseguente riduzione degli effetti idrologici a valle. Inoltre, l’azione stabilizzante degli alberi atterrati favorirebbe i processi di rinaturalizzazione del versante denudato.

L’azione stabilizzante degli alberi atterrati, inoltre, può favorire i processi di rinaturalizzazione della pendice agevolando l’insediamento e lo sviluppo delle specie vegetali autoctone.

Questa mattina abbiamo realizzato la prima parcella.

L’EFFICACIA DELL’INTERVENTO NEL BREVISSIMO E MEDIO TERMINE

Brevissimo termine:

– Riduzione del rischio di scivolamento a valle dei tronchi atterrati;

– Riduzione del rischio idraulico

– Controllo dei processi erosivi

Breve-Medio termine:

Creazione di condizioni favorevoli all’insediamento e allo sviluppo delle specie vegetali autoctone

IL GRUPPO DI LAVORO

Il “cantiere”, coordinato da Giuseppe Bombino e dal Gruppo di Ricerca “Difesa del Suolo” del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea (Gianmarco Carrà, Daniela D’Agostino, Pietro Denisi, Antonino Labate, Demetrio Antonio Zema) è stato realizzato in collaborazione con: Studio Tecnico Professionale “Poeta & Valenzise”, Cooperativa “Tutela dell’Aspromonte”, “Calabria condivisa”.

Prezioso è stato il contributo di Silvio Bagnato (Dipartimento di Agraria) e di Francesco Saccà, titolare dell’omonima Azienda agro-forestale, che ci ha ospitati ed ha consentito la realizzazione del cantiere pilota.

UN’OPPORTUNITA’ PER STUDIOSI E STUDENTI DI SCIENZE FORESTALI E AMBIENTALI

Il progetto ha finalità didattiche, dimostrative e sperimentali e offre la possibilità di studiare, interpretare e sperimentare, con un approccio multidisciplinare, le conoscenze afferenti al campo delle Scienze Forestali e Ambientali, e segnatamente riconducibili alla biologia, alla selvicoltura, all’ecologia forestale, alle sistemazioni idraulico-forestali, et cetera.


La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso

di Maria Loscrì

“La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme”.

Nel pensiero di Guido Piovene è racchiuso il senso ontologico della manifestazione organizzata a Parghelia sabato 25 settembre, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio. Inclusività, condivisione, accessibilità al Patrimonio Culturale sono gli elementi compresi nello slogan “Tutti inclusi!” che, nell’evento proposto dal Club per l’UNESCO di Vibo Valentia, dalle associazioni AICEM e MedEXperience ha trovato piena declinazione. Protagoniste della serata, ospitata dall’amministrazione comunale di Parghelia e dalla Proloco, sono state le comunità Arbëreshe, degli Occitani e dei Greci di Calabria, minoranze linguistiche che nel nostro territorio regionale hanno saputo e sanno ancora raccontare una storia secolare di tradizioni, usi, costumi che, seppur con fatica e sacrificio, continua a vivere nell’era della globalizzazione.

Promotors, Calabria Condivisa, CSV Catanzaro, Crotne e Vibo Valentia sono le strutture del terzo settore che hanno supportato l’organizzazione dell’evento.

Amalia Alia, Vera Console e Antonio Salvatore Maio hanno letteralmente “incorniciato” la scena con le loro meravilgiose opere d’arte.

Con Paola Lentini, Cristina Anello, Raffaela Contartese, Antonio Sangeniti, Eugenio Mazzitelli, Maria Domenica Speranza.

                                         

 


L’export calabrese al tempo del Covid

Adolfo Rossi – Esperto nella pianificazione e programmazione dei processi di internazionalizzazione.

Nelle scorse settimane è stato presentato il XVIII Rapporto “Evoluzione del commercio con l’estero per aree e settori” presentato da ICE-Agenzia con la collaborazione di Prometeia.

Lavoro che ha evidenziato, a causa degli effetti “disruptive” del Covid-19, una diminuzione del commercio mondiale di beni manufatti di oltre il 7% ritornando ai volumi di 5 anni fa. Comunque, le prime rivelazioni dell’’andamento degli scambi nell’ultimo semestre 2021, rafforzano quanto riportato nel rapporto circa le buone prospettive per il Made in Italy per l’anno 2021, per settori come l’Alimentare e l’Arredo (+8,5% e +8,4%) oltre a quello Farmaceutico. Tali risultati potranno essere raggiunti se il mondo delle imprese italiane si concentrerà su digitalizzazione, sostenibilità ed innovazione, driver che influenzeranno politiche industriali, modelli di produzione e consumo nell’epoca post-Covid.

Nel contesto nazionale l’export calabrese, negli ultimi anni, è rimasto sostanzialmente stabile riuscendo a rimanere agganciato alla crescita nazionale del Made in Italy e riducendo l’effetto della difficoltà sistemica a presidiare stabilmente mercati extraregionali. Ma, nel 2020, la Calabria, a seguito degli effetti negativi legati al Covid-19, ha registrato un calo del proprio export che ha influito negativamente sulla propria bilancia commerciale regionale. Secondo i dati dell’Istat, infatti, la diminuzione è stata pari a 16,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A contribuire negativamente, sicuramente, il rallentamento degli scambi commerciali legati al lockdown. Il rilevamento di questo dato negativo delle esportazioni calabresi fa emergere come la Calabria, rispetto alla media nazionale e meridionale, ha risentito in misura più forte del decremento. Se la flessione su base nazionale è stata pari al 9,7%, quella calabrese risulta più marcata come anche rispetto al dato del Sud Italia pari al 13,7 per cento.

Tabella 1 – Esportazioni per ripartizione territoriale e regione. Gennaio-dicembre 2019 e 2020
Ripartizioni e regioni 2019 2020 2019/2020
milioni di euro % milioni di euro % variazioni %
           
Nord-centro 426.044 88,7 386.254 89,1 -9,3
Nord-ovest 182.196 37,9 162.587 37,5 -10,8
Piemonte 46.903 9,8 40.951 9,4 -12,7
Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste 701 0,1 563 0,1 -19,6
Liguria 7.103 1,5 7.051 1,6 -0,7
Lombardia 127.488 26,5 114.022 26,3 -10,6
Nord-est 156.353 32,5 143.600 33,1 -8,2
Trentino-Alto Adige/Südtirol 9.095 1,9 8.372 1,9 -7,9
Bolzano/Bozen 5.099 1,1 4.922 1,1 -3,5
Trento 3.996 0,8 3.450 0,8 -13,7
Veneto 65.142 13,6 59.812 13,8 -8,2
Friuli-Venezia Giulia 15.495 3,2 14.268 3,3 -7,9
Emilia-Romagna 66.621 13,9 61.148 14,1 -8,2
Centro 87.495 18,2 80.067 18,5 -8,5
Toscana 43.242 9,0 40.572 9,4 -6,2
Umbria 4.315 0,9 3.762 0,9 -12,8
Marche 12.236 2,5 10.809 2,5 -11,7
Lazio 27.701 5,8 24.924 5,7 -10,0
Sud e Isole 49.856 10,4 43.041 9,9 -13,7
Sud 34.698 7,2 32.486 7,5 -6,4
Abruzzo 8.712 1,8 8.171 1,9 -6,2
Molise 755 0,2 951 0,2 26,0
Campania 12.345 2,6 11.551 2,7 -6,4
Puglia 8.962 1,9 8.117 1,9 -9,4
Basilicata 3.445 0,7 3.294 0,8 -4,4
Calabria 480 0,1 402 0,1 -16,2
Isole 15.158 3,2 10.555 2,4 -30,4
Sicilia 9.498 2,0 7.195 1,7 -24,2
Sardegna 5.659 1,2 3.360 0,8 -40,6
Province diverse e non specificate 4.453 0,9 4.264 1,0 -4,2
ITALIA 480.352 100,0 433.559 100,0 -9,7
Fonte: ISTAT

 

Il calo maggiore sull’export ha riguardato le Isole e le regioni del Nord-Ovest che hanno fatto registrare rispettivamente un calo sulle merci esportate del 30,4% e del 10,8%. In questo contesto nazionale, l’export calabrese è calato rispetto ad altre aree territoriali, continuando, come avviene ormai da anni, a far registrare il più basso valore delle esportazioni sul totale in Italia – lo 0,1 per cento.

In valori assoluti, in questo anno, la Calabria ha perso – rispetto allo stesso periodo dello scorso anno – 78 milioni di euro passando da 480 milioni di euro del 2020 a 402 del 2020.

Le prime tre destinazioni per quota sul totale delle esportazioni dalla Regione Calabria sono: USA 13.5%, Germania 10.5% e Francia 9.3%. Mentre, I primi tre macrosettori per quota di esportazioni dalla Regione Calabria verso il Mondo: Agroalimentare 51.7%, Metalmeccanica 21.8% e Chimica 21.8%

 

Tav2 – Esportazioni delle regioni del Sud per settore di attività economica. Gennaio-dicembre 2020 (a)
            (quote e variazioni percentuali)
 
SETTORI DI ATTIVITA’ ECONOMICA Calabria  
Quote (b) Var. % (d)
2019 2020 2020
    2019
A Prodotti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca 0,7 0,7 -0,5
B Prodotti dell’estrazione di minerali da cave e miniere .. .. 35,3
C Prodotti delle attività manifatturiere 0,1 0,1 -15,6
CA Prodotti alimentari, bevande e tabacco 0,4 0,4 -8,8
CB Prodotti tessili e dell’abbigliamento, pelli e accessori .. .. -44,7
    13  Prodotti tessili .. .. 16,4
    14 Articoli di abbigliamento (anche in pelle e in pelliccia) .. .. -50,7
    15 Articoli in pelle e simili .. .. -59,7
CC Legno e prodotti in legno; carta e stampa .. 0,1 5,0
    16 Legno e prodotti in legno e sughero (esclusi i mobili); articoli in paglia e materiali da intreccio 0,2 0,2 9,3
    17+18 Carta e prodotti di carta; prodotti della stampa e della riproduzione di supporti registrati .. .. -39,5
CD Coke e prodotti petroliferi raffinati .. -100,0
CE Sostanze e prodotti chimici 0,3 0,3 -13,8
CF Articoli farmaceutici, chimico medicinali e botanici .. .. 5,1
CG Articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi 0,1 0,1 -9,6
   22 Articoli in gomma 0,1 0,1 -5,6
   23 Altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi .. .. -23,9
CH Metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti 0,1 0,1 -10,9
CI Computer, apparecchi elettronici e ottici .. .. -49,4
CJ Apparecchi elettrici .. .. -35,8
CK Macchine ed apparecchi n.c.a. .. .. -19,8
CL Mezzi di trasporto 0,1 0,1 -38,5
    291 Autoveicoli .. .. -37,0
CM Prodotti delle altre attività manifatturiere .. .. -27,6
310 Mobili .. .. -18,1
D Energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata
E Prodotti delle attività di trattamento dei rifiuti e risanamento 0,2 0,1 -74,6
Altri prodotti n.c.a. 0,3 0,2 -43,6
TOTALE   0,1 0,1 -16,2
Fonte: Istat, Statistiche del commercio estero
(a) Dati provvisori
(b) Quote calcolate sul totale nazionale del settore
(c) Quote calcolate sul totale della ripartizione
(d) Variazione calcolata sui flussi del periodo dell’anno in corso rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente
(e) Per la forte erraticità delle serie storiche e gli esigui valori degli aggregati le relative variazioni non sono riportate
(-) Il fenomeno non esiste
(..) I dati non raggiungono la metà dell’ordine minimo considerato
(+++) Per variazioni superiori a 999,9 per cento

A pesare in negativo sull’export calabrese è stata la diminuzione delle esportazioni delle merci prodotte in regione in tutti i settori ad accezione di alcuni settori di attività economica come: i prodotti dell’estrazione di minerali da cave e miniere, i prodotti tessili e quelli farmaceutici.

VARIAZIONE TENDENZIALE E CONTRIBUTO ALLA VARIAZIONE TENDENZIALE DELLE ESPORTAZIONI NAZIONALI PER AREA UE27 ED EXTRA UE27.

Gennaio-dicembre 2020, contributi alla variazione in punti percentuali e variazioni percentuali tendenziali

 

 

Da un punto vista geografico le esportazioni calabresi verso l’Unione Europea hanno fatto registrare un calo del 23,5% secondo solo alla Sardegna. Meno marcato, invece, la flessione di merci verso i Paesi Extra-Europei facendo segnare un -9,5%.   Considerando il dato export verso i Paesi extra-europei, la Calabria è in linea con le altre regioni italiane, ad accezione del Molise (+42,3%) e della Liguria (+9,6%): dato che fa emergere come esiste una buona resilienza delle aziende calabresi.

La ripresa di domanda attesa in molti mercati nel 2021 non si trasformerà, in ogni caso, in un ritorno al passato tout court. La crisi del 2020 ha fatto emergere fattori competitivi che favoriscono il successo delle imprese sui mercati internazionali, favorendo alcuni settori e danneggiandone altri. Basti pensare, nell’ultimo anno, che i flussi dei beni legati all’emergenza (dai dispositivi di protezione, ai prodotti farmaceutici, al materiale medico/sanitario) sono cresciuti in valore del 17% su base nazionale. Il settore più strettamente connesso all’emergenza sanitaria, la chimica farmaceutica, ha sperimentato un’espansione della domanda internazionale dell’8% con piccoli riflessi positivi anche in Calabria.

Il peso delle esportazioni agroalimentari calabresi e la loro sostanziale tenuta nei mercati esteri segnalano, quindi, che anche in Calabria esistono imprese competitive sui mercati internazionali. Pur essendo di nicchia e di ridotte dimensioni, questi casi di successo hanno lavorato per posizionarsi su nuovi mercati in cui la competizione che conta non fa leva esclusivamente sui prezzi, ma sulla qualità: è vincente differenziarsi dagli altri perché consente di intercettare la crescente domanda di prodotti agro-alimentari con determinate caratteristiche organolettiche e salutistiche, di tracciabilità dell’intero processo produttivo, di identificazione con un territorio. Si tratta di una domanda espressa da consumatori che sono disposti a pagare un prezzo più elevato pur di acquistare prodotti di elevata qualità e che veicolano messaggi di eco-sostenibilità e di appartenenza ai luoghi. Soddisfare queste “nuove” esigenze dei consumatori richiede necessariamente modernizzare le produzioni, attraverso continui contenuti innovativi. Si tratta di un fenomeno che in Calabria ha interessato aziende del settore dell’ortofrutta e della frutticoltura calabrese, vitivinicole, dell’olivicoltura, dei prodotti tipici e quelli del settore lattiero-caseario. In questa direzione va anche la policy regionale di promozione dell’agroalimentare “Made In Calabria” puntando sulla “Dieta Mediterranea” enfatizzando il “Seven Countries Study”, iniziato da Ancel Keys nel Minnesota nel 1947 e conclusosi attraverso indagini sul campo nel 1957 a Nicotera (VV).

Per essere competitivi e vincenti è necessario, inoltre, far dialogare l’internazionalizzazione con la digitalizzazione creare quell’ambiente fatto di: digitalizzazione, prodotti che guardano alla salute e al benessere e sono attenti all’ambiente in linea con quanto enfatizzato dal rapporto ICE Agenzia/Prometeia.

Sitografia:

XVIII Rapporto “Evoluzione del commercio con l’estero per aree e settori” –  ICE Agenzia in collaborazione con Prometeia – https://www.ice.it/it/sites/default/files/inline-files/RapportoICE_2021_Web.pdf

Esportazioni delle Regioni Italiane – Istat  : https://www.istat.it/it/archivio/254929

Italy Map – SACE – : https://www.sacesimest.it/italy-map/dettaglio?countryCode=IT&regionCode=18


Europa, il futuro è nelle tue mani!

Scopriamo la nuova piattaforma digitale per il dialogo con i cittadini della UE

Un passo preliminare all’avvio di una serie di dibattiti e discussioni, che consentiranno ai cittadini di tutta Europa di condividere le loro idee per contribuire a plasmare il futuro dell’Europa, questa è in estrema sintesi la Conferenza sul futuro dell’Europa (CoFe).

La CoFe mira a conferire ai cittadini un ruolo più incisivo nella definizione delle politiche e delle ambizioni dell’UE. Costituirà uno spazio di incontro, per ora virtuale, per un dibattito aperto, inclusivo, trasparente e strutturato con i cittadini europei sulle questioni che li riguardano e che incidono sulla loro vita quotidiana.

La Conferenza sarà incentrata sulle principali tematiche alla base delle politiche di ripresa e resilienza individuate dal piano Next Generation EU come la salute, i cambiamenti climatici, l’equità sociale, la trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici che governano l’UE. Temi che coincidono con le priorità generali dell’UE e con le questioni sollevate dai cittadini nei sondaggi d’opinione.

Saranno i partecipanti a decidere quali argomenti trattare nell’ambito della conferenza. La COFE getta le basi per eventi avviati dai cittadini, da organizzare in collaborazione con la società civile e i portatori d’interessi a tutti i livelli, i parlamenti nazionali e regionali, le istituzioni europee, le parti sociali e il mondo accademico. La loro partecipazione al processo è essenziale per garantire il massimo coinvolgimento e la massima diffusione.

Fondamentale per l’avvio del dialogo con i cittadini risulta essere la piattaforma digitale multilingue interattiva che, a partire dal 19 aprile, consente a tutti di presentare le proprie idee online, di consultare gli eventi a cui partecipare o di inserire propri eventi sui temi di interesse. Proprio di questo si parlerà durante l’evento Europa, il futuro è nelle Tue Mani! Scopriamo La Nuova Piattaforma Digitale Per Il Dialogo Con I Cittadini Della UE Del Prossimo 15 Maggio Dalle Ore 17.30 Sulla Piattaforma Zoom. Un webinar organizzato dall’Edic CalabriaEuropa e la Rete di cittadini Calabria Condivisa con la collaborazione di Fimmina TV.

Si alterneranno coordinati da Raffaella Rinaldis: Loredana Lo Faro Portavoce di CALABRIA CONDIVISA, Loredana Panetta dell’Associazione EUROKOM, Alessandra Tuzza responsabile EDIC CALABRIAEUROPA dI Gioiosa Jonica, EEN di Unioncamere Calabria, Giuseppe Caristo di Calabria Condivisa e Pier Virgilio Dastoli rappresentante del CIME Consiglio italiano del Movimento Europeo.

per partecipare: su zoom il 15 maggio alle 17:30

https://us02web.zoom.us/j/87165035249?pwd=UnBCcjZQaEQ1YnV2WnZ3cnBCclpuQT09

ID riunione: 871 6503 5249 Passcode: 385688


Commemorare la festa del lavoro al Sud Italia

Anna Pizzimenti

Fra le pieghe delle pagine della storia, di quelle che si chiudono a ventaglio anche sulla memoria, si cela una fitta trama di racconti, che narrano di eroi caduti sul campo del lavoro.

Eroi vestiti di fatica e di pelle ispessita dal sole, dalle braccia tornite dalla zappa e dalla zolla, dalla schiena curvata da un raccolto, da destinare al padrone di turno, riservando per sé miseria e sogni.

E’ la storia dei contadini del Sud Italia, ma, più in generale, è il ritratto color seppia delle condizioni di lavoro degli abitanti del Meridione. Una storia dimenticata, o solo incidenter tantum menzionata, nella Giornata dedicata dal 1890 a tutti i lavoratori, proiettando la percezione che il lavoro da tutelare sia solo quello nelle fabbriche, quello per le otto ore giornaliere, per il contenimento delle quali, negli anni successivi alla Rivoluzione Industriale, gli operai si coalizzarono, erigendosi a Movimento per il riconoscimento dei propri diritti e di condizioni di lavoro più umane.

Lavoratori di serie A e lavoratori di serie B?

Sembrerebbe di si, se, a distanza di 73 anni, si continua a non dare il giusto peso alla strage di Portella della Ginestra, avvenuta in Sicilia proprio il 1° maggio 1947, e si racconta ancora oggi solo della grande manifestazione di Chicago del 1887.

E’ un nuovo furto della nostra memoria storica e della nostra identità, forse anche della nostra dignità di uomini e donne del Sud.

Portella della Ginestra è una località montana che ricade nel comune di Piana degli Albanesi, nella provincia di Palermo. Il primo maggio 1947 una folla di contadini si raduna lì per festeggiare nuovamente, dopo il ritorno della democrazia, la festa dei lavoratori. Ma nulla in quell’assembramento di uomini, donne e bambini può fare pensare alle moderne scampagnate o alle gite fuori porta: sono contadini, che si riuniscono per manifestare contro il latifondismo e chiedere che le terre incolte vengano loro assegnate, in ottemperanza dei Decreti Gullo. Su quella folla, una banda di criminali, capeggiata da Salvatore Giuliano, spara a sangue freddo, cagionando la morte, nell’immediatezza, di undici persone, fra cui una bambina di otto anni e tre adolescenti, a cui si aggiungono altre quattro vittime, morte in seguito alle ferite riportate.

Si è soliti ricordare questa strage in occasione della “Giornata delle vittime della mafia”, perché di un barbaro assalto mafioso si trattò, ma frettolosamente si sorvola sugli antefatti che diedero occasione a quell’agguato e che si ricollegano alle misere condizioni dei contadini meridionali e ad un progetto per l’emancipazione e per l’affrancamento dal bisogno, che costituivano la ratio dei Decreti Gullo su richiamati.

E’ la storia dell’illusoria “riforma agraria”, avviata, dopo la caduta del fascismo, dall’allora Ministro dell’Agricoltura nel secondo gabinetto Badoglio, il cosentino Fausto Gullo, tra l’estate del 1944 e la primavera del 1945: il sogno delle concessioni ai contadini delle terre incolte, pietra miliare di un percorso di riscatto dalla povertà e di partecipazione effettiva alla rinata democrazia, prima tappa verso la costruzione di quella Repubblica, che l’art. 1 della Costituzione vorrà fondata sul “lavoro”. Cosa importa se di lavoro in fabbrica o lavoro nei propri campi si tratta? E’ il lavoro l’unico denominatore che rende tutti i cittadini titolari di “pari dignità”.

Un sogno che svanisce proprio nei giorni in cui la neonata Repubblica Italiana emette i suoi primi vagiti, in cui Gullo viene sostituito all’Agricoltura dal democristiano Antonio Segni e in cui i latifondisti rivendicano i propri diritti su quelle terre, che i “cafoni” già sentivano proprie e a cui “mai” i signori le avrebbero cedute. Sono i giorni del barbaro assassinio di Giuditta Levato, la trentunenne contadina che, insorta a Calabricata contro quell’usurpazione della terra, muore, incinta di sette mesi, raggiunta da un colpo di fucile al ventre. E’ il 28 novembre 1946.

Muore innocente, come qualche mese dopo a Portella della Ginestra morirà innocente la ventritreenne Vita Dorangricchia, il cui nome ho sentito pronunciare per la prima volta da un’alunna della Scuola Primaria, ad una manifestazione in ricordo delle vittime di mafia.

Ricorrere unicamente e univocamente a questa etichetta, vittime di mafia, equivale a commettere un adulterio storico! Come osserva Romano Pitaro ne “L’Ape Furibonda”, “quel decennio di lotte contadine sfociato a Calabricata con un assassinio cui ne seguirono altri  ancora più tragici (l’Autore ricorda Portella della Ginestra e Melissa, n.d.s.) ebbe un infausto epilogo, come scrisse il dirigente comunista Paolo Cinanni: «il fallimento della riforma agraria e l’esodo di massa obbligatorio per milioni di contadini disillusi che finirono nei ghetti dell’immigrazione»”.

Da lì iniziò quel tragico capitolo della storia dei giovani del Sud, imboniti dall’inno degasperiano “Imparate una lingua e andate all’estero”, che avrebbe avuto un decorso e un’evoluzione certamente diversi se a quel bivio, settantacinque anni fa, fosse stata fatta la scelta di realizzare la dignità dell’Uomo, attraverso la dignità di tutti i lavoratori.

Se si condivide oggi l’idea che la memoria non è “un deposito dove sono ammassati inerti i fatti del passato, ma è una miccia che accende il presente”, che ci consente di vivere “il futuro come promessa”, come disse Raniero La Valle in un suo discorso ora pubblicato sulle colonne di Questione Giustizia, commemorare il primo maggio significa riscoprire il significato e il valore che noi, uomini e donne del Sud, nell’anno 2021, diamo alla parola “lavoro”.

E’ la storia dei nostri contadini, è la nostra storia: dobbiamo ricordarla e onorarla, per, se ancora possibile, scrivere con parole nuove il nostro futuro.


Calabria e calabresi nel mondo: un approccio sistemico con una visione 4.0

Maria Loscrì

È una terra inquieta, quella di Calabria, in cui da secoli, ormai, si compie una rivoluzione lenta ma inesorabile, silenziosa, messa in atto, spesso in modo del tutto inconsapevole, da chi è costretto ad emigrare. Dall’Unità di Italia ad oggi, l’Italia è stato un paese profondamente segnato dall’emigrazione e la Calabria è stata ancor più intensamente incisa dalla partenza di giovani e meno giovani che hanno lasciato la terra natia per non farvi più ritorno, se non in veste di vacanzieri, più o meno occasionali. Ad una prima e intensa ondata migratoria post unitaria, caratterizzata, prevalentemente, da spostamenti oltreoceano, è succeduta una seconda fase, a partire dalla metà degli anni ’50 del secolo scorso, con prevalenza dei flussi in direzione dell’Europa. L’emigrato dei nostri giorni, invece, ha caratteristiche totalmente diverse rispetto al passato: il livello di istruzione è sempre più elevato, emergono nuove figure quali quelle dei nonni-genitori che trascorrono periodi sempre più lunghi all’estero, con figli e nipoti ed anche quelle dei migranti previdenziali, ovvero pensionati che si spostano a vivere in paesi in cui è in corso una politica di defiscalizzazione.

Per contro, vengono sempre più alla ribalta movimenti di idee e di pensiero che, appellandosi alle moderne proposte di turismo delle radici e turismo della memoria, trovano sempre più compiuta organizzazione in proposte formative accademiche, in modelli socio-culturali ed economici sostenuti a livello istituzionale e, più raramente, in slogan di appassionati cultori degli esigui fondi regionali che potrebbero essere destinati alla promozione dei viaggi della ri-scoperta delle identità perdute.

Sia i luoghi dell’esodo che quelli della partenza sono da sempre profondamente ridisegnati dal fenomeno migratorio: da una parte vi sono storie di dolore, di dispersione, di abbandono, di erosione di un sistema antico che viene lasciato alle spalle, dall’altro vi è un mondo nuovo che ha attirato a sé l’alterità, che ha ingenerato speranze e aspettative, che ha spinto al mutamento e alla ricerca del nuovo.

È un intero tessuto culturale, sociale, economico e anche politico che viene in considerazione quando si parla dei fenomeni migratori, vecchi e nuovi, e per la Calabria il peso è ancora più gravoso rispetto che altrove. Una terra di grandi contraddizioni, di contrasti geografici, climatici, storici, antropologici, quale è la nostra, esprime anche in ordine all’emigrazione e alle dinamiche che caratterizzano il fenomeno, zone chiaroscurali, pressappochismo e vecchie logiche di sistemi che stentano a tramontare, pur inneggiando all’esigenza del nuovo.

È fuor di dubbio che i figli di Calabria abbiano espresso talenti e virtù nei luoghi che li hanno accolti, così come è fuor di dubbio che la nostra regione possa vantare bellezze paesaggistiche, ricchezze enogastronomiche, peculiarità del Patrimonio Culturale la cui narrazione molto spesso, troppo spesso, è stata affidata a voci esterne. Altrettanto certo è che non sfugga ricorrenza per tanto commossa decantazione, anche in consessi che, sia pure in funzione consultiva, potrebbero esprimere capacità programmatica incisiva e sistemica, qualora fossero composti da membri dalle comprovate e certificate professionalità. Eppure tutto ciò non avviene e, nei corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, si assiste alla puntuale ripresa del ciclo di vita di matusalemmi affezionati alla Calabria che inseguono il loro sogno di continuare a musealizzare quella che fu la loro amata terra, senza mai riuscire a realizzarlo e nell’ostentare il vecchio ed esausto bisogno di continuare, in modo insistente ed ostinato, nel loro fallimento generazionale, invocano la presenza dei giovani, non per senso di amorevole e compassionevole dignità verso ciò che non è mai stato e mai sarà, ma solo nel subdolo tentativo di risucchiare energie giovani e vitali nel vortice dei loro documentati insuccessi.

Come si può pensare, in un ventunesimo secolo che ha conosciuto la più triste e grave forma di globalizzazione nella tragedia della pandemia che ha colpito il mondo intero, di accomunare i Calabresi sparsi nel mondo con idee progettuali miseramente fallite da più generazioni? Si può veramente essere ingenui al punto tale da ritenere che la forza coesiva di almeno tre generazioni che vivono sparse sull’intero globo possa essere rinvenuta nella nostalgica idea di rivedere la casa diroccata e abbandonata in borghi altrettanto solitari e sperduti che furono dei propri avi? Magari al costo di una vacanza ai Caraibi piuttosto che alle Seychelles?

Sfugge, o forse non è facilmente comprensibile a chi ha più o meno volutamente calcificato una forma mentis, che le protagoniste vere e indiscusse, nei processi di valorizzazione identitaria, soprattutto se intergenerazionale, sono le comunità, le sole titolari del diritto-dovere di partecipare attivamente alla perpetuazione del proprio Patrimonio Culturale. La rappresentanza delle comunità stesse richiede un’imprescindibile senso di responsabilità verso tale considerazione così come richiede un’imprescindibile livello di consapevolezza del valore che assumono le infrastrutture sociali. Ragionare in termini di capitale sociale, quando le comunità sono ampie e disperse quali quelle dei Calabresi nel mondo, è compito arduo che richiederebbe, anche da parte di organismi consultivi appositamente predisposti, un grado di sensibilità e preparazione che non appartiene, certamente, ai più affezionati sognatori dei finanziamenti a pioggia. Cui prodest, dunque, che tali nostalgici continuino ad occupare lo stesso posto ormai da decenni?

Il punto di partenza, assiomatico, nel creare valore attorno ad una calabresità pensata e vissuta in una dimensione 4.0 non può che essere rinvenuto nelle riflessioni di tre autori, Andorlini, Basile e Marmo i quali, in merito al valore catturato specificano che esso si produce nell’incontro tra le persone, è caratterizzato da un alto tasso di casualità e un basso livello di intenzionalità e pertanto si concretizza esclusivamente laddove luoghi ed esperienze sono in grado di accoglierlo, valorizzarlo e dargli spazio. Il valore catturato, nella nostra visione, è quello che produce la differenza tra i territori e, se da un lato si crea proprio grazie alla densità relazionale, dall’altro è una delle dimensioni che alimenta e rafforza quest’ultima. Valore catturato e densità relazionale producono un loop positivo che rende i territori più generativi in termini di prospettive e di possibilità future.

Lavoreremo senza sosta, anche negli organismi consultivi dei Calabresi nel mondo, affinché questa rivoluzione culturale possa compiersi!


IL CAPITALE SOCIALE DELLA CALABRIA: UN PATRIMONIO DA SCOPRIRE E VALORIZZARE

Maria Loscrì

Esiste una Calabria raccontata con il linguaggio del sublime sin dai tempi in cui i viaggiatori del Grand Tour vedevano in essa l’oggetto del proprio desiderio, variamente attratti ora dall’incantevole bellezza degli scenari, ora dagli spasmi di un territorio in continuo mutamento, ora dalle romantiche mulattiere, ora dalla presunta perfidia degli abitanti, ora dall’essere epicentro di una memoria cui attingere e ispirarsi.

Una terra disseminata qua e là di paesaggi scabri, quasi lunari, ricca di pascoli, rivi gorgoglianti e impetuosi, foreste secolari e frondose, sentieri serpeggianti per passare attraverso luoghi solitari e terre spopolate e incolte.

Vi è nei resoconti del Grand Tour quel tanto di creatività che appartiene a storici irregolari come Erodoto e Svetonio, che i viaggiatori finiscono inavvertitamente per imitare. Ma c’è anche qualcosa che affiora da un livello più profondo: un intenso amore per la grecità che trae linfa ora da un rudere, ora da un ritmo musicale, ora da una lingua perduta: paesaggi dell’anima dominati da un’unità intatta dove si annidano i fantasmi della memoria. E ciò ammaliava, seduceva, incoraggiando viaggi in una terra molto spesso ardua, aspra, con un quadro orografico estremamente composito che il dissesto geologico, il disordine idrico e una serie interminabile di movimenti tellurici avevano reso ancora più sublime.

Nell’immaginario del tempo la Calabria era una sorta di locus amoenus che risuonava ancora delle lingue perdute, abitato da popolazioni arcaiche, ricco di castelli e abbazie caratterizzati da un’architettura imponente ma impenetrabile allo stesso tempo. Un’alchimia straordinaria di una terra capace di conciliare nelle affinità gli opposti, nelle metamorfosi il principio.

 

Capocolonna (Crotone)

Ancora oggi la Calabria, per il viaggiatore che voglia conoscerla, scoprirla, apprezzarla, è la terra in cui il paesaggista troverà luoghi di bellezza sorprendente, l’antiquario le rovine che non sono ancora state studiate, il botanico scoprirà le piante e i fiori più rari d’Europa mentre il filosofo sarà colpito dalla grandezza dell’antica Grecia che ancora vive in pietre e memorie. Ma in questa linea serpentina del sublime in cui la dimensione del viaggio e della scoperta si ancorano in maniera indissolubile con quella della vita e della natura di questi posti, vi è un elemento rimasto sullo sfondo, quasi inesplorato, che racchiude in sé, con molta probabilità, le ragioni per cui il viaggiatore di oggi, così come quello di ieri, sfiora questa terra per andare via subito, la accarezza senza assaporarla pienamente, la vive di passaggio o, qualche volta, la evita: rimane sullo sfondo la gente di Calabria, i vicoli che risuonano di voci gioiose, le rughe che hanno visto generazioni incontrarsi nei mestieri della tradizione, i campi che conservano il sudore della fronte di chi, dall’alba al tramonto, scandiva i ritmi del faticoso calendario rurale, intonando canti e melodie, il dolore di chi ha dovuto abbandonare la casa natia per cercare il pane altrove, il coraggio delle donne, mogli, madri, figlie che hanno retto sulle proprie spalle il peso delle mille attese e delle altrettante illusioni, delle tante speranze e dei tanti disincanti.

Come ha ben riflettuto Augusto Placanica, “Un popolo non soggetto, ma oggetto di storia”, caratterizzato da identità mobili presenti in una terra complessa e ricca di contraddizioni in cui il problema certamente politico delle tante e varie identità presenti nella regione, reclama una risposta e una soluzione politica, in senso lato, come politica delle immagini, delle rappresentazioni, delle narrazioni.

L’acuta penna di Berto ha additato con stupefacente precisione i responsabili di tale situazione: “Sulla Calabria s’è abbattuta una distruzione più maligna di quella dei terremoti, e i principali responsabili sono le amministrazioni locali – quasi tutte avide e ottuse – e i vari governi e governanti, che hanno sempre affrontato e continuano ad affrontare il problema del Mezzogiorno con stupefacente rozzezza”.

 

Parco della lavanda (Morano Calabro, Cosenza)

Aggiungeremmo, con visioni miope ed eterodirette, nella maggior parte dei casi avulse dal flusso di relazioni che accompagnano e caratterizzano, per la loro stessa natura, le comunità in quanto tali le quali, nella Calabria degli ossimori, racchiudono e comprendono, con tutta probabilità, il senso e la direzione di un intervento di programmazione e progettazione territoriale che non può più prescindere dal capitale sociale che ne è parte integrante. La vera scommessa di riscatto di questa ricca ma sfortunata terra non può che venire dalla (ri)scoperta di una voce del suo Patrimonio finora rimasta fuori scena, e forse non a caso. Non è più pensabile che si continui nella decantazione delle meraviglie contraddittorie della Calabria, così come avvenuto ad opera dei viaggiatori del passato così come non è più pensabile che chi occupa le poltrone di comando pensi di poter risolvere le tante problematiche incombenti a suon di slogan e formule già ampiamente proposte e sperimentate. Il sublime della Calabria risiede, e va ricercato, proposto e valorizzato nella complessità e nella densità delle relazioni che caratterizzano le sue comunità che, a ragion veduta, devono diventare protagoniste di una programmazione partecipata nella costruzione dei processi di cambiamento in cui si sviluppano consapevolezza e strategie di azione partendo dalla interazione di diverse capacità, sensibilità, competenze.

 

Cattolica bizantina di Stilo (Reggio Calabria)

I diversi volti della Calabria devono potersi comporre in un quadro unitario in cui il denominatore comune sia rappresentato da “comunità competenti”, ovvero da persone via via comprese in gruppi sempre più organizzati che abbiano un repertorio di possibilità e di alternative, dunque abbiano un “potere” di pensare e di agire, sappiano dove e come ottenere risorse, chiedano di essere autonome in quanto caratterizzate da capacità di autodeterminazione e autostima. Il cambiamento può e deve originare dal gruppo sociale poiché le persone hanno in sé e nelle comunità cui appartengono le risorse per produrre cambiamento e, d’altro canto, perché i processi di cambiamento siano realmente democratici, necessitano, obbligatoriamente, di una concreta partecipazione dei cittadini nella definizione, nella produzione, nella comunicazione e nella valutazione dei cambiamenti che riguardano la comunità. Maggiore è il problema da affrontare, maggiore sarà la necessità di interazione tra i soggetti, così come maggiore sarà l’esigenza di intensificare la densità delle relazioni fra gli stessi. Ciò significa, in altri termini, lavorare sull’elemento più inesplorato del Patrimonio, calabrese in particolare, ovvero sul capitale sociale. In questa nuova dimensione esplorativa, il calabrese che vive in Calabria, ma anche chi ha lasciato la propria terra natia e volge lo sguardo nostalgico alla casa paterna, comprenderà che ragionare in termini di cambiamento reale, praticato e non solo ben predicato, significa puntare sull’intensità del grado di coesione sociale esistente nelle comunità di volta in volta considerate per riferirsi ai rapporti che si instaurano tra le persone stesse e che stabiliscono reti, norme e fiducia sociale, facilitando il coordinamento e la cooperazione nell’ottica di un vantaggio reciproco. La questione è particolarmente delicata allorquando si tratta di processi di partecipazione su iniziativa di un soggetto pubblico che chiama in causa anche i processi della rappresentanza nell’ambito delle politiche sociali. Ed il tema è particolarmente spinoso in regioni come la nostra in cui la progettazione calata dall’alto ha determinato non pochi squilibri, e a più livelli, soprattutto con l’incalzare di tempi che impongono di coniugare l’universalizzazione dei principi con la localizzazione delle prassi. Come può, una regione come la Calabria, governata a suon di slogan e formule dal comprovato insuccesso, comprendere che la vera e unica svolta è rappresentata da processi di progettazione partecipata? A fronte dell’interrogativo, potremmo prospettare un’auspicabile inversione metodologica nella programmazione delle politiche per le nostre comunità, ovvero:

  • Incoraggiare interpretazioni pluralistiche dei problemi sociali, facendo interagire e, possibilmente, integrando diversi tipi di conoscenza
  • Dando voce alle narrative minoritarie
  • Creando legami tra i gruppi, le persone, le organizzazioni che condividono uno stesso problema, di una determinata comunità
  • Identificando i punti di forza già esistenti in una data comunità

L’inversione di approccio metodologico e fattuale potrebbe certamente consentire, non solo al novello viaggiatore, ma al calabrese stesso, di cogliere un che di sublime in una terra che aspetta ancora oggi di narrarsi dopo essere stata a lungo narrata.