Archives: Marzo 29, 2021

QUANDO UN BORGO MEDIOEVALE SPOPOLATO PUÒ DIVENTARE IL LUOGO GIUSTO IN CUI VIVERE

Fonte: Mezziogiornoitalia.it

Guerino Nisticò

In Calabria, tra i tanti “esperimenti” in corso da tempo, emerge anche l’esperienza di Badolato come un “Borgo-Natura Slow & Smart”, con una nutrita presenza di cittadini stranieri.

Dalla pandemia non solo macerie, ma anche sfide e prospettive per nuove opportunità e potenziali forme di “ri-abitazione” del Sud.

Il Mezzogiorno d’Italia, con i suoi piccoli comuni, vive da decenni il grande rischio dello spopolamento, dell’abbandono e della desertificazione sociale ed economica. Siamo giunti ad un punto di non ritorno e ai nostri occhi si prospetta una situazione paradossale: da un lato, l’acuirsi di problematiche storiche, drammaticamente lasciate irrisolte che comportano lo svuotamento del Sud; dall’altro, una speculare opportunità per il futuro, con la prospettiva di una potenziale risoluzione del fenomeno dello spopolamento con una nuova visione delle cose, probabilmente accentuata dalla pandemia e da ciò che ha creato in questi mesi con tutte le sue contraddizioni e complessità. Tra le sue macerie si intravedono ombre e luci, con dinamiche svariate e contorte – di cui abbiamo preso consapevolezza e coscienza collettiva – che hanno fatto esplodere l’attuale sistema sociale ed economico, con una crisi sanitaria ed ambientale e con la messa in discussione dei vecchi paradigmi di produzione, stili di vita e modelli di consumo.

La sfida è finalmente riuscire a meridionalizzare l’Italia e ribaltare la prospettiva e la discussione politico-economica sul “Next Generation EU” con un nuovo pensiero meridiano. Ripartire quindi dal Sud smuovendo Regioni e Comuni ad avanzare e far valere proposte concrete, utili a risolvere definitivamente la vecchia e nuova questione meridionale, e a colmare il doppio divario Nord/Sud e Italia/Europa, le forti diseguaglianze tra cittadini e territori e il disequilibrio demografico. Il Piano nazionale di recupero e resilienza potrebbe essere l’ultima occasione per non far morire il Sud, le aree interne ed i suoi borghi.

Le dinamiche dello spopolamento sono quasi sempre le stesse – tra eventi e catastrofi naturali, grandi emigrazioni di massa, soffocamento dei territori da parte delle mafie, crisi economiche e disoccupazione – ed i badolatesi le conoscono molto bene. Infatti, l’esperienza del nostro borgo, che nei decenni passati ha rischiato di divenire un “paese fantasma”, insegna che la resistenza decisa al latente processo di abbandono e spopolamento può condurre ad una rivitalizzazione sociale ed economica, seppure lenta, in chiave soprattutto turistico-culturale, con un’idea di turismo attento alle persone e all’ambiente e lontano dall’essere un meccanismo di consumo, ed agricola (“Badolato paese in vendita” 1986-88; “Badolato paese solidale, ospitale e accogliente” dal 1997 in poi; “Badolato paese degli artisti e degli stranieri” dal 2001 in poi). Una rivitalizzazione resa possibile dall’implementazione di un modello pioniere di “ospitalità diffusa” (nato a ridosso dei progetti sperimentali di accoglienza ai migranti e sviluppatosi meglio intorno al 2000/2001), con un suo micro-sistema di economia sostenibile costruito dal basso, in cui il Genius Loci è la stessa comunità locale che, in un paese-comunità come Badolato, oggi crocevia di popoli e culture, è da secoli vocata alla “filoxenia” (amore per il forestiero), a forme autentiche di accoglienza ed ospitalità con processi virtuosi di contaminazioni interculturali pro-positive.

Al momento, nel centro storico di Badolato, un vero e proprio “borgo natura – slow & smart”, sono domiciliate oltre 200 persone e tra queste sono oltre 60 (tra permanenze stabili e lunghi soggiorni) le cittadine ed i cittadini stranieri (pensionati, famiglie con bambini, singoli, migranti) che abitano, vivono ed interagiscono nei e con i luoghi che caratterizzano il vivere quotidiano di Badolato. È in atto, in piccola scala, un fenomeno interessante che sta dando forma e corpo alla nascita di una nuova comunità interculturale e di respiro internazionale, composta da cittadini storici autoctoni e dai cosiddetti “neo-badolatesi/badolatesi d’adozione” quali ad esempio turisti italiani ed esteri, “cittadini temporanei” con famiglie di ospiti stranieri, migranti. Un microcosmo di globalizzazione sostenibile caratterizzato da coraggiose “restanze”, straordinarie “ritornanze” ed interessanti “nuove arrivanze”, a cui si aggiunge un segmento turistico importante (a tratti sproporzionato, ad esempio nel mese di agosto, che andrebbe regolato e gestito diversamente), caratterizzato da un variegato mondo di visitatori, ospiti, turisti residenziali, viaggiatori, nuovi cittadini.

Altro dato importante è il fatto che a Badolato sono circa 80 le famiglie straniere – provenienti soprattutto dal Nord Europa (svedesi, danesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, olandesi, francesi ecc.) – che hanno acquistato casa nel borgo, circa 100 nella frazione marina (fenomeno immobiliare e di rigenerazione urbana interessante che in questi mesi di emergenza e crisi Covid-19 è ulteriormente aumentato, in proporzione, sia quantitativamente che qualitativamente). Sono quindi oltre 60, anche famiglie con bambini (circa 20), gli ospiti stranieri – tra neo-cittadini badolatesi e cittadini temporanei – che si sono trasferiti a vivere nel borgo durante l’intero anno, a volte con formule di “turismo residenziale” virtuoso (con formule di “turismo immersivo”, grazie al quale si può vivere appieno i luoghi), acquistando anche appezzamenti di terra per l’autoproduzione del cibo e/o avviando progetti innovativi di rigenerazione urbana e rurale di alcune aree abbandonate di Badolato. Per tanti un “buen ritiro”, per altri una “nuova destinazione umana” con una scelta di vita alternativa e coraggiosa, forse dettata anche da un pensiero d’avanguardia.

Ai numeri citati si devono aggiungere, inoltre, le tante “dimore” acquistate e ristrutturate (circa 100 unità), vissute stagionalmente e quindi trasformate in residenze estive o turistiche, da tanti “badolatesi d’adozione” (italiani e stranieri) appartenenti al mondo dello spettacolo e della cultura. Sono stati anche tanti i cittadini locali o gli emigrati badolatesi, sparsi in giro per il Mondo, che hanno ristrutturato le proprie case di famiglia nel borgo o dato vita a progetti innovativi nella filiera turistico-commerciale ed agricola-alimentare. Un processo di rivitalizzazione lento e paziente, che va sostenuto e che in questi ultimi anni ha fatto registrare – anche se per il momento solo durante la stagione turistica – la nascita e crescita di piccole attività turistico-commerciali gestite anche da giovani famiglie ed operatori.

Per far ciò bisogna impegnarsi anche a: potenziare la rete dei servizi locali e territoriali, partendo dai presidi sanitari e dalle infrastrutture, anche di carattere sociale; serve un “recovery future” capace di puntare ad investimenti green, investimenti pubblici strutturali e mirati, volti a creare anche ridistribuzione della ricchezza e nuove opportunità di lavoro, partendo dall’innovazione tecnologica e digitale; creare spazi comunitari di civiltà e bellezza, facendo diventare la marginalità e l’isolamento tipicità e valore aggiunto; internazionalizzare ulteriormente il processo avviato in questi anni con uno slancio rinnovato e strutturato; alzare il livello di vivibilità e l’offerta di servizi in generale; continuare inoltre a riqualificare l’esistente, preservando la vera ricchezza che era e resta il contesto naturalistico che vanta, in pochi chilometri quadrati, “quattro dimensioni” quali mare-spiagge, collina-borghi, campagna-agricoltura-fiumare, montagna-cascate-laghi.

Bisogna agire con una visione prospettica volta ad innescare processi “slow & smart”, capaci di combinare tradizione/autenticità/lentezza e innovazione/economie sostenibili ed agili, autoctoni e forestieri, con borghi e paesi dell’entroterra sempre più aperti al Mondo. Anche il “South Working”, fenomeno nato in questi ultimi mesi, sposato dalla Fondazione con il Sud e dalla SVIMEZ, potrebbe essere seriamente un’occasione di rilancio del di questo territorio. Una svolta epocale, anche rispetto al capovolgimento dei paradigma di produzione e del sistema di lavoro. Una opzione soddisfacente per i tantissimi “nomadi e creativi digitali” internazionali e per chi vorrebbe tornare o trasferirsi al Sud, coniugando nei fatti il proprio lavoro ad uno stile di vita lento e sostenibile, tipicamente mediterraneo.

Un’inversione di rotta e di prospettiva anche politica ed economica: l’ossessione per la “pura crescita economica” e del profitto, causa dei problemi attuali, non può più essere vista come la loro stessa soluzione. La sfida è anche liberare le persone dalle grinfie del lavoro, della produzione asfissiante e del surplus del lavoro del sistema capitalistico neo-liberista, e dar loro più tempo per godersi i luoghi, viverli insieme al resto della comunità. Provare quindi a godersi la propria vita in pieno e reale Ben-Essere e a stretto contatto con “Madre Natura”, riconquistando e praticando sempre il “diritto di respirare”, poiché può esser la stessa Natura a far sparire ogni paura, vecchia e nuova.


La Calabria si svuota: in 15 anni persi 100mila residenti

Fonte: Corriere della Calabria

Lo riporta lo studio di un osservatorio della Regione: tra il 2019 e il 2020 contrazione di circa 18mila abitanti. Se ne vanno soprattutto i giovani

Continua il calo demografico della Calabria: lo evidenza uno studio dell’Osservatorio-Laboratorio economico-territoriale sulle politiche del lavoro del Dipartimento regionale Lavoro della Regione Calabria. Lo studio, che analizza gli effetti della crisi sul mercato del lavoro nella regione, si sofferma anche sulle condizioni strutturali di contesto della Calabria, con particolare riferimento all’andamento demografico: sotto questo aspetto, dal report emerge la «consolidata tendenza alla contrazione della popolazione residente» considerando che «dai 1.998.792 abitanti all’1 gennaio del 2004 (100%) si è passati a 1.894.110 abitanti all’1 gennaio 2020 (-5,2%). Nel periodo preso a riferimento 2004-2020 la Calabria ha conosciuto una contrazione di 100mila residenti. Soltanto nel 2020 la Calabria ha continuato a perdere un’ulteriore quota di popolazione pari a –17.911 abitanti, rispetto al dato del 2019». Lo studio specifica inoltre che «oltre al dato complessivo, registrano un andamento costantemente negativo anche le fasce di popolazione in età compresa dai “0 e i 14 anni’” e dai “15 ai 64 anni”; contestualmente, al contrario, aumenta la popolazione in età “oltre i 65 anni”». Per l’Osservatorio-Laboratorio del Dipartimento Lavoro della Regione «la contrazione della fascia dai 15 ai 64 anni, corrispondente alla popolazione in forza lavoro, costituisce il fattore ad impatto più negativo sulla dinamica domanda/offerta di lavoro». Infine – si legge nello studio – nel 2020 l’indice di vecchiaia per la Calabria (rapporto percentuale tra il numero degli ultra sessantacinquenni e il numero dei giovani fino ai 14 anni/) corrisponde a 169,5 anziani ogni 100 giovani, mentre l’indice di dipendenza strutturale, corrispondente al carico sociale ed economico della popolazione non attiva (0-14 anni e 65 anni ed oltre) su quella attiva (15-64 anni) è pari a 54,4 individui a carico, ogni 100 che lavorano.


Al via “Innovare in Rete”, a disposizione 10 mln di euro

Fonte: Vita.it

Banca Etica ed Entopan Innovation cercano imprese che coniugano innovazione sociale e trasformazione digitale con impatto sociale e ambientale positivo. I progetti selezionati riceveranno consulenza e finanziamenti fino 500mila euro. Candidature dal 29 marzo al 30 aprile

È pensato per startup, spin-off, Pmi ed enti del Terzo settore che abbiano già incubato o sviluppato iniziative ad elevato tasso di innovazione sociale e tecnologica per affrontare le sfide sociali e ambientali delle città e delle comunità. È il programma di accompagnamento per progetti innovativi a impatto sociale e ambientale “Innovare in rete”.

Il bando è aperto a iniziative innovative in ambiti quali l’economia circolare; la mobilità, l’ambiente e l’efficienza energetica; il welfare, la salute e la qualità della vita. Per candidare i progetti sulla piattaforma innovareinrete.entopaninnovation.it c’è tempo dal 29 marzo al 30 aprile 2021.

I progetti selezionati dovranno prevedere un piano di investimenti e spese correnti compresi tra i 300mila e i 500mila euro. Il finanziamento sarà erogato da Banca Etica a tasso agevolato e potrà essere restituito in un arco temporale di 10 anni, con un preammortamento di un anno. Il finanziamento andrà a coprire anche le spese di investimento per i servizi di pre-accelerazione e accelerazione curati dal network qualificato che costituisce il plus dell’iniziativa.
Innovare in rete è promosso dall’incubatore e acceleratore Entopan Innovation e da Banca Etica, in partnership con Fondazione Giacomo Brodolini, Fondazione Bruno Kessler ed Entopan Smart Networks & Strategies. Nello specifico, il programma consente di accompagnare le iniziative innovative lungo un percorso di crescita all’interno di un network di incubatori e acceleratori, centri di ricerca, mentor, corporate e investitori qualificati.

Il bando Innovare in rete mira a sostenere le progettualità nate da concreti fabbisogni di innovazione tecnologica che prevedano significativi impatti sociali, economici, ambientali sui sistemi territoriali e sulle comunità in cui agiscono, in coerenza con la risoluzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dal titolo “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” oltre che con gli obiettivi dei programmi “Green New Deal” e “Next Generation Eu” della Commissione Europea, nella prospettiva delle grandi sfide delle transizioni tecnologiche, verdi, economiche e sociali della contemporaneità. Innovare in Rete intende generare impatti concreti, positivi e misurabili anche alla luce della ricostruzione materiale e valoriale che richiederanno gli scenari post-pandemici.
L’obiettivo è quello di accrescere la competitività aziendale delle organizzazioni sui mercati nazionali e internazionali, attraverso la valorizzazione degli asset innovativi e l’abilitazione di un ampio e qualificato network di attori e stakeholder attenti alle iniziative ad impatto.

La precedente edizione del programma ha registrato 350 application, 52 progetti selezionati, 15 startup innovative incubate e accelerate a fronte di 6 milioni di euro già deliberati da Banca Etica. Un bilancio più che positivo che ha orientato la decisione di continuare a sostenere l’ecosistema innovativo attento agli impatti positivi dell’innovazione tecnologica, particolarmente in termini di inclusione e coesione sociale.
Le iniziative promosse stanno affrontando ora con successo la sfida del mercato: piattaforme di telemedicina con funzioni di assistenza a distanza, macchinari elettromedicali per interventi non invasivi sui pazienti, carrozzine smart di nuova generazione per migliorare la vita delle persone con disabilità, iniziative di responsabilità sociale d’impresa a sostegno delle agritech nei Sud del mondo, piattaforme digitali per la promozione della cittadinanza attiva e la protezione contro il cyberbullismo, etc.


Covid, Calabria in ginocchio. È in “zona rossa” economica

Fonte: Corriere della Calabria (qui disponibili anche i grafici statistici)

Sono sei le regioni italiane in maggiore sofferenza per la crisi. Rio: «Aumentano impoverimento e indebitamento»

Oltre 43 miliardi di maggiori debiti per imprese e famiglie, 456 mila occupati in meno e circa 5,2 miliardi di mancati incassi tributari locali. Drammatico anche il deficit di natalità: quasi 61 mila imprese in meno rispetto al 2019. E, ancora, crescita dell’incidenza della povertà familiare con circa 369 mila nuclei familiari in più in condizione di forte disagio economico. Sono sei le realtà regionali, infine, a risultare “più fiaccate” dalla crisi: Piemonte, Veneto, Trentino-Alto Adige, Liguria e Calabria.

È quanto emerge dall’ISER, l’indice di sofferenza economica regionale ideato da Demoskopika che, confrontando il 2020 rispetto al 2019, ha provato a quantificare i possibili impatti della pandemia sul sistema economico e sociale italiano sulla base di alcuni parametri: incidenza della povertà relativa familiare, occupati a tempo pieno e a tempo parziale, natalità imprenditoriale, prestiti alle imprese, credito al consumo alle famiglie e, infine, entrate tributarie ed extra-tributarie locali.

«La crisi pandemica – dichiara il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – non ha colpito in modo uniforme tutte le economie locali. Gli indicatori osservati e sintetizzati dall’indice di sofferenza economica regionale evidenziano che alcuni sistemi regionali stanno soffrendo in maniera più elevata rispetto ad altri. Anche se per tutti l’allarme è indubbiamente rosso. Inoltre, – continua Raffaele Rio – la nuova ondata torna a far impennare la curva della preoccupazione di famiglie e imprese producendo una frenata alla natalità imprenditoriale e incrementando i bisogni di liquidità di famiglie e imprese. E ciò genera, nonostante le azioni di mitigazione dei provvedimenti pubblici, un ampliamento ulteriore del livello d’indebitamento e di impoverimento del sistema economico e sociale. Sarà fondamentale – conclude Raffaele Rio – comprendere come i sistemi locali reggeranno, in termini di sostenibilità, l’impatto della fine, ad esempio, del blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione, della moratoria su prestiti, mutui e finanziamenti, delle misure di trasferimento di risorse aggiuntive agli enti locali».

Classifica ISER: Piemonte, Veneto e Trentino-Alto Adige i sistemi “più sofferenti”. Per consentire una lettura più agevole, le regioni sono state classificate in tre cluster principali, in relazione al livello di sofferenza economica: molto elevato (zona rossa) elevato (zona arancione) e moderatamente elevato (zona gialla).Cinque realtà regionali con un livello sofferenza “molto elevato”, dieci con un livello “elevato” e le rimanenti cinque con un grado “moderatamente elevato”. È questo il quadro che emerge dall’ISER, l’indice di sofferenza economica regionale ideato da Demoskopika

In particolare, tra i sistemi economici e sociali maggiormente “provati” dall’emergenza pandemica (zone rosse) si collocano Piemonte che ha totalizzato 111,7 punti, Veneto con 107,8 punti e Trentino-Alto Adige con 107,5 punti. A influire negativamente sul posizionamento in vetta alla classifica sono stati prioritariamente l’andamento dei prestiti alle imprese per il Piemonte che ha registrato un incremento di oltre 9,2 miliardi di euro pari al 19 per cento rispetto al 2019, la crescita del 2,7 per cento dell’incidenza della povertà relativa per il Veneto quantificabile in oltre 56 mila nuovi nuclei familiari in condizione di forte disagio economico e, infine, il maggiore indebitamento delle famiglie per il Trentino-Alto Adige con una crescita del credito al consumo pari a 46 milioni di euro (+3,4%). E, inoltre, sempre nell’area dei sistemi economici e sociali con un livello di sofferenza “molto elevato” si posizionano altre due realtà regionali: Liguria (106,3 punti) con una contrazione della natalità imprenditoriale pari a quasi 2 mila nuove imprese (-21,2 per cento) e Calabria (104,7 punti) con una flessione quantificabile in oltre 23 mila occupati in meno (-4,3%).

A seguire, nell’area caratterizzata da un livello elevato di sofferenza economica (zone arancioni) si collocano: Marche (104,5 punti), Friuli-Venezia Giulia (102,7 punti), Lombardia (102,6 punti), Emilia-Romagna (101,7 punti) e Sardegna (100,6 punti). E, ancora, Lazio (99,7 punti), Umbria (99,6 punti), Campania (99,3 punti), Toscana (98,5) e Puglia (98,1 punti).

A subire, infine, un livello moderatamente elevato (zone gialle) dell’impatto dovuto al Covid-19, ergo significativamente “meno sofferente” rispetto agli altri, altri cinque sistemi locali: Valle d’Aosta (96,5 punti), Sicilia (95,1 punti), Molise (94,0 punti), Abruzzo (93,8 punti) e Basilicata (90,0 punti).

Disagio economico: la pandemia fa piombare 369 mila famiglie in più in condizione di povertà. Oltre 369 mila famiglie in più in condizione di povertà relativa la cui incidenza viene calcolata, secondo la definizione dell’Istat, sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. 

È questo l’impatto dell’emergenza pandemica sull’area del disagio economico stimato da Demoskopika per il 2020. In particolare, aumenterebbe del 2,1 per cento l’incidenza delle famiglie con difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi,  sul totale dell’universo dei nuclei familiari italiani: si passa dall’11,4 per cento del 2019 al 13,5 per cento del 2020. Sono tutte del Nord le realtà territoriali con la maggiore incidenza della povertà relativa. Nel dettaglio, sono oltre 56 mila, con un incremento dell’area del disagio economico pari a 2,7 punti percentuali, i nuclei familiari del Veneto piombati, causa crisi pandemica, nella condizione di povertà relativa. A seguire la Liguria con oltre 18 mila famiglie, pari ad una crescita di 2,4 punti percentuali e il Piemonte con circa 40 mila famiglie, pari ad un incremento di 2 punti percentuali. In direzione opposta, sono tutti nel Mezzogiorno, i sistemi regionali con un incremento meno rilevante del fenomeno: Sardegna con oltre 3,6 mila famiglie (+0,5 punti percentuali) e, infine, Molise, Abruzzo e Basilicata rispettivamente con 786 nuclei familiari, 3,4 mila nuclei e 1,4 mila nuclei con un’incidenza della povertà relativa sul totale delle famiglie per ciascuna regione pari allo 0,6 per cento.

Lavoro: crollano gli occupati. Maglia nera per Sardegna, Calabria e Molise. La crisi innescata dall’emergenza Covid-19, ha reso più vulnerabile anche il mercato del lavoro.  Secondo gli ultimi dati dell’Istat su base regionale, nel 2020 gli occupati hanno registrato una brusca frenata pari al 2 per cento: oltre 456 mila individui con un’occupazione in meno di cui più della metà (55%) ha riguardato soggetti con un posto di lavoro a tempo pieno. Una situazione ancora più evidente se confrontata al biennio precedente: nel 2019, in particolare, si è registrata una crescita pari allo 0,6 per cento rispetto all’anno precedente, quantificabile 145 mila nuovi occupati a tempo pieno e parziale mentre nello stesso periodo del 2018 l’incremento è stato pari allo 0,8 per cento con 192 mila occupati in più.

A livello regionale, sono principalmente sette i sistemi locali ad aver perso per strada, più significativamente, il numero degli occupati: Sardegna con una contrazione pari al 4,6 per cento (-27.224 occupati), Calabria con il 4,3 per cento (-23.472 occupati) e Molise con il 3,0 per cento (-3.280 occupati). Seguono Piemonte con il 2,8 per cento (-51.503 occupati), Veneto con il 2,4 per cento (-51.553 occupati), Valle d’Aosta con il 2,4 per cento (-1.352 occupati), Marche con il 2,2 per cento (-14.100 occupati) e Emilia-Romagna con il 2,1 per cento (-42.807 occupati).

Natalità: il Covid-19 frena la voglia di fare impresa. L’emergenza pandemica si abbatte sulla voglia di fare impresa. Nel 2020 le dinamiche di natalità rilevate registrano un decremento del 17,2 per cento rispetto al 2019, con 60.744 imprese in meno iscritte.

Seppur in un quadro complessivo di peggioramento, i dati evidenziano alcune differenze a livello territoriale. A primeggiare negativamente, in termini di variazione percentuale dal 2020 al 2019, il sistema economico delle Marche, con una contrazione del numero delle iscrizioni del 23,9 per cento, pari a 2.120 imprese in meno. Seguono, con una flessione al di sopra della media nazionale, la Liguria con una riduzione della natalità pari al 21,2 per cento (-1.985 imprese), il Piemonte con il 19,4 per cento (-5.030 imprese), il Lazio con il 19,2 per cento (-7.675 imprese), l’Emilia – Romagna con il 18,5 per cento (-4.700 imprese), la Toscana con il 18,1 per cento (-4.371 imprese). E, ancora, la Lombardia con il 17,6 per cento (-10.270 imprese), il Lazio con il 19,2 per cento (-7.675 imprese) e, infine, il Veneto (-4.627 imprese), la Puglia (-4.125 imprese) e il Trentino-Alto Adige (-1.152 imprese) con una contrazione pari al 17,5 per cento.

Accesso al credito: aumenta l’indebitamento delle imprese. Nei dodici mesi del 2020, Demoskopika, analizzando i dati di Bankitalia, ha rilevato la crescita dei prestiti alle imprese trainate dall’introduzione di consistenti garanzie pubbliche: oltre 42,3 miliardi di aumento del credito alle imprese pari ad un incremento del 6 per cento rispetto al 2019. A livello territoriale, l’aumento dei bisogni di liquidità del sistema imprenditoriale si è registrato maggiormente in tre realtà regionali: Piemonte con una crescita dei prestiti pari a 9,2 miliardi di euro (+19%), Friuli- Venezia Giulia con un incremento di 2,3 miliardi di euro (+15,7%) e il Lazio con un rialzo di 8,1 miliardi di euro (+10,3%) di maggiori crediti alle imprese. Tendenza diametralmente opposta per Abruzzo e Toscana i cui sistemi regionali hanno registrato una flessione dei prestiti alle imprese rispettivamente pari a 185,8 milioni di euro (-1,7%) e a 107,7 milioni di euro (-0,2%).

Credito al consumo: cresce la richiesta di liquidità delle famiglie. La crisi innescata dal Covid-19 sembra aver aumentato l’indebitamento, a breve termine, delle famiglie per l’acquisto di beni e servizi. Esaminando le dinamiche dei finanziamenti concessi, secondo i dati provvisori per regione di Bankitalia aggiornati al 30 settembre 2020, emerge uno scenario di crescente ricorso del credito al consumo. Ai nuclei familiari sono stati erogati oltre 1,1 miliardi di euro in più rispetto allo stesso periodo del 2019: si è passati dai 137,4 miliardi del 2019 ai 138,5 miliardi del 2020.

Analizzando i dati su base regionale, emerge che il maggiore ricorso ai finanziamenti di spesa corrente al fine di sostenere i consumi si è registrato principalmente tra le famiglie del Trentino-Alto Adige con 46 milioni di euro in più (+3,4%), del Piemonte con 218 milioni di euro (2,0%) e del Veneto con 171 milioni di euro (+1,7%). In sole tre realtà regionali, al contrario, il credito al consumo ha subìto una flessione: Basilicata con una contrazione di 13,2 milioni di euro (-1,2%), Molise con 7,2 milioni di euro (-1,1%) e Sardegna con 24 milioni di euro (-0,5%).

Entrate tributarie: oltre 5 miliardi di mancati incassi per gli enti locali. Anche gli enti locali italiani entrano in crisi di liquidità.  Nel 2020, il Covid-19 ha travolto anche le casse comunali e provinciali con una sforbiciata di ben 5.217 milioni di euro di mancati incassi, pari al 10,9 per cento, derivanti dai principali tributi locali rispetto allo stesso periodo del 2019: dai 47.791 milioni di euro del 2019 ai 42.574 milioni di euro del 2020.

Spostando l’osservazione sul livello regionale emerge un quadro abbastanza differenziato. In particolare, sul podio delle casse più “prosciugate” si posizionano gli enti locali di quattro realtà regionali: Campania, Trentino-Alto Adige, Calabria e Lombardia. In particolare, in Campania, comuni, città metropolitane e province registrano una flessione degli incassi pari al 15,9 per cento, quantificabile in ben 535,6 milioni di euro immediatamente seguita dal Trentino-Alto Adige i cui enti di rappresentanza territoriale hanno registrato mancati incassi per 174,5 milioni di euro, pari al 15,6 per cento. A chiudere questo primo raggruppamento dei “più sofferenti”, gli enti locali della Calabria e della Lombardia, le cui mancate risorse finanziarie ammontano rispettivamente a 169,4 milioni di euro (-15,5%) e a 1.306 milioni di euro (-14,1%).

Sul versante opposto, ad aver subìto minori contraccolpi nei 12 mesi del 2020 rispetto all’anno precedente, risultano gli enti locali delle Marche con una flessione degli incassi tributari ed extra-tributari, in valore assoluto, di 84,1 milioni di euro (-6,9%). A seguire comuni, città metropolitane e province del Molise con una riduzione di 12,9 milioni di euro (-6,4%) e del Lazio le cui mancate risorse finanziarie ammontano a 165,6 milioni di euro (-3,1%).


Al via la V edizione del concorso letterario: “Le parole arrivano a noi dal passato”

Fonte: Cosenza 2.0

È giunto alla V edizione il concorso letterario nazionale per poeti e narratori ” Le parole arrivano a noi dal passato”, promosso dall’associazione culturale RinnovaMenti di Rogliano, presieduta dalla prof.ssa Velia Aiello.

“Il concorso trae il titolo da un’intervista alla scrittrice inglese Virginia Woolf, la quale sosteneva che le parole sono piene di echi, di memorie, di associazioni, non sono entità astratte, ma parti di altre parole.

Un’artista anticonformista che ha saputo ben rappresentare le inquietudini del suo tempo, dedicando la sua vita alla lotta contro le disuguaglianze sociali, soprattutto riguardanti la donna.

Il concorso, oltre alle varie sezioni di poesia, narrativa, saggistica, in questa nuova Edizione propone il Memorial “Prof. Dario Cozza”, con tema:

«Migrazioni umane, culturali e incroci di civiltà nel bacino del Mediterraneo».

Ciò per ricordare la figura del prof. Dario, caro amico e componente del Direttivo dell’Associazione, improvvisamente venuto a mancare.

Sin dalla I Edizione il concorso ha avuto ampio successo, richiamando
nel nostro territorio scrittori provenienti da ogni regione d’Italia.

Oltre che una vetrina di visibilità per poeti e narratori, è uno strumento inteso a valorizzare la creatività, ad incentivare la comunicazione, a divulgare le opere di tanti autori.”

 

Ecco il regolamento per poter accedere al concorso: https://www.facebook.com/

 


Il ruolo dell’Agricoltura nella mitigazione del cambiamento climatico

Antony Rizzitano

Come crediamo di poter affrontare il cambiamento climatico in corso e poter ripristinare il prezioso e, quasi irrimediabilmente compromesso, equilibrio ambientale?

Come crediamo di rendere sostenibile la produzione di beni e servizi indispensabili alla nostra società?

Quanto siamo disposti a pagare il prezzo del cambiamento per un nuovo paradigma produttivo che sia alla base di un consumo consapevole, duraturo e soprattutto sostenibile?

E’ ormai noto a tutti che la biodiversità degli ecosistemi terresti e dunque la loro protezione siano le principali condizioni per garantire la sopravvivenza dell’intera umanità sul pianeta terra. E’ proprio il settore agricolo, che fa un uso più esteso del territorio (oltre il 90% del territorio è rurale), che costituisce una tra le principali minacce per la biodiversità in quanto, proprio nel processo produttivo intensivo o meglio conosciuto come “convenzionale”, che si determina la semplificazione e l’impoverimento degli ecosistemi naturali divenendo cosi degli agro – ecosistemi.

In tale contesto il maggiore impatto ambientale si realizza, oltre che sulla risorsa idrica e sull’aria, sulla fertilità e conservazione dei suoli agrari, i quali sono alla base della produzione agroalimentare, poiché risorsa irriproducibile e che l’imperante modello agricolo industriale, orientato ad ottenere le più alte rese per unità di superficie, minaccia concretamente mettendo in serio pericolo il futuro dell’agricoltura e, quindi, della sostenibilità alimentare.

E’ proprio in tal senso, invece, che un nuovo modello produttivo agroalimentare può preservare il territorio dal degrado se orientato al rispetto degli equilibri insiti nei sistemi naturali. Basti pensare al ruolo fondamentale e unico che l’attività agricola può assumere nella salvaguardia del territorio rurale (ruolo multifunzione), anche in tema di dissesto idrogeologico, ancora più accentuato dai cambiamenti climatici in atto, dovuto anche al realizzarsi di un effetto sinergico tra i fattori scatenanti. Ma per rispondere alle domande poste all’inizio, bisogna porsi con atteggiamento critico rispetto al livello di benessere che la nostra società ha raggiunto dall’epoca post industriale ad oggi e che basa tutto il proprio livello economico senza prendere in considerazione il costo ambientale sostenuto per la produzione di beni e servizi, legato inscindibilmente a risorse non rinnovabili e quindi non riproducibili nell’orizzonte temporale umano. Per meglio comprendere questo costo ambientale, non valutato, dovremmo poter scomporre le singole voci di costo sostenute nelle diverse filiere produttive, ancor di più per la filiera agro alimentare in quanto di primaria importanza e responsabile di gran parte delle emissioni inquinanti e climalteranti (anidride carbonica e gas metano).

Se solo immaginassimo, per un attimo, di dover sostenere dei prezzi, a dir poco triplicati, di tutti i beni e servizi di cui oggi disponiamo “a basso costo” (costo ambientale non valutato), allora scopriremmo, con nostra grande sorpresa, che un chilo di carne bovina costerebbe forse più di 60 euro (reale costo per il pianeta); oppure scoprire che un kg di fragole, ottenute in coltura protetta nel mese di febbraio, avrebbe forse un costo di 30 euro! Sarebbe dunque interessante un sistema di etichettatura che sensibilizzasse l’opinione pubblica sul reale impatto ambientale dei cibi ( Eco – store o etichetta climatica), come già succede per le informazioni nutrizionali che ci avvisano sul contenuto energetico ( zuccheri, grassi, ecc…) di quel preciso prodotto.

Per meglio comprendere quale sia la reale sostenibilità dei diversi livelli di produzione si utilizza spesso, anche per il settore agricolo e zootecnico,  l’indicatore dell’impronta ecologica ovvero la biocapacità di un territorio di fornire le risorse necessarie, oltre quelle di assorbire i rifiuti o le emissioni prodotte, per  scoprire un sostanziale deficit tra domanda e offerta di risorse naturali. Da qui nasce la necessità e l’urgenza di una transizione ecologica di tutti i settori produttivi ed in particolare di quello agro alimentare.

Proprio di recente la Commissione Europea ha pubblicato l’attesa strategia “Farm to Fork” ( dal campo alla tavola) come parte fondamentale dell’European New Green Deal che mira a trasformare il sistema alimentare europeo rendendolo più sostenibile lungo tutta la filiera produttiva. Sarebbe la prima volta che vari settori produttivi raggiungerebbero un cambiamento radicale, con un approccio olistico, per la tutela del territorio, la gestione delle risorse naturali, l’ecologia e tutto cio’ che ne consegue.

In tutto questo la Calabria, grazie all’enorme patrimonio agro –forestale e ad un conservato modello agricolo, ritenuto fino a poco tempo fa superato, basato su ecotipi locali, bassi input energetici e razze autoctone (es. bovino Podolico) potrebbe rappresentare la base per un nuovo modello produttivo con effetti positivi sull’ambiente, sul reddito degli agricoltori e sul contrasto ai cambiamenti climatici nell’ottica di un’ecologia integrale.

Per tutto ciò, c’è da chiedersi: siamo davvero disposti al cambiamento???


Corso di europrogettazione- avvio lezioni 8 aprile 2021 e scadenza iscrizioni 6 aprile 2021

Fonte: enterpriseeuropenetwork

Partirà l’8 aprile pv il corso di Europrogettazione gratuito organizzato da  Unioncamere Calabria, in qualità di partner della rete Enterprise Europe Network,  attraverso il supporto operativo di Unioncamere Europa e con la collaborazione dello Europe Direct “Edic Calabria&Europa“,

Il corso, che si terrà in modalità on line, prevede il coinvolgimento di relatori esperti in materia  e valutatori di progetti europei, che offriranno un taglio molto concreto alle lezioni.

Obiettivo: il corso intende fornire agli utenti gli strumenti principali per la comprensione delle dinamiche dell’UE e per una corretta partecipazione ai bandi di gara europei a valere sui fondi tematici. L’obiettivo della formazione sarà quello di creare attori informati, consapevoli e in grado di governare il processo di preparazione di una proposta di progetto.

Beneficiari: il corso si rivolge al più ampio ventaglio di interlocutori regionali, tra cui le imprese, le società di consulenza e le organizzazioni territoriali (associazioni, enti locali, università, centri di formazione etc.).

Struttura: il corso si compone di n.8 moduli, ciascuno della durata di 1h e 30 minuti.

Le tematiche spazieranno da un’introduzione alle istituzioni e fondi dell’UE, all’analisi dello strumento di finanziamento e alla costruzione della proposta progettuale. La gestione del progetto e la scrittura dello stesso saranno oggetto di due incontri dedicati. Gli ultimi tre appuntamenti verteranno sulla nuova programmazione europea, con l’analisi più approfondita dei programmi di interesse per il territorio.

Ai partecipanti verrà fornito di volta in volta il materiale di supporlo per ciascun modulo, che potranno visionare nella sezione riservata del corso, anche successivamente alla erogazione.

Dal momento che i programmi europei richiedono, nella larga maggioranza dei casi, l’utilizzo della lingua inglese e così alcuni documenti di lavoro da utilizzare durante le sessioni formative, si raccomanda una comprensione di base della lingua stessa da parte dei partecipanti.

Durata: aprile 2021- luglio 2021, come da calendario indicato nel modulo di registrazione.

Gli interessati, dovranno registrarsi entro e non oltre il 6 aprile  attravero il presente link: https://een.unioncamere-calabria.it/polls/corso_di_formazione_in_europrogettazione-9/

Saranno ammessi a partecipare i primi 100 iscritti, i base all’ordine cronologico di registrazione.

Sarà, inoltre, consegnato un attestato di partecipazione solo a tutti coloro i quali avranno partecipato a tutti i moduli del corso.

Per maggiori informazioni e assistenza:

Dott.ssa Irene V. Lupis (i.lupis@unioncamere-calabria.it)

Dott.ssa Porzia Benedetto (p.benedetto@unioncamere-calabria.it )


Porto di Gioia Tauro, superare la burocrazia per un nuovo sviluppo. Intervista al Commissario dell’Autorità portuale, Andrea Agostinelli

Nella rubrica “Il punto a Mezzogiorno” il magazine online dell’Eurispes raccoglie esperienze, storie e testimonianze positive che emergono da Sud e che in un momento così difficile per il Paese possono rappresentare un modello di buone pratiche e offrire una narrazione diversa dei territori del nostro Meridione.

Abbiamo quindi raggiunto il Comandante Andrea Agostinelli, Commissario straordinario per l’Autorità Portuale di Gioia Tauro, per raccogliere la sua testimonianza e raccontare il lavoro dell’Autorità.

Ammiraglio, durante la Sua gestione il porto di Gioia Tauro è cresciuto costantemente e Lei ha espresso particolare soddisfazione per l’apertura del collegamento ferroviario, ha dichiarato più volte di voler puntare sulle attività da avviare nel retroporto anche per diversificare i servizi e le attività. Quali saranno gli obiettivi e le principali ricadute di queste due scommesse?

La scommessa sul retroporto è intimamente legata allo sviluppo della Zona Economica Speciale (ZES) a cui l’Autorità Portuale di Gioia Tauro sta collaborando in stretto raccordo con il Commissario straordinario del comitato di indirizzo della ZES Calabria, vale a dire la Professoressa Nisticò. La Prof.ssa Nisticò è stata anche recentemente in visita al porto di Gioia Tauro, e sta proseguendo con un tour di incontri con le categorie, con la Confindustria, con i sindacati, per vedere cosa è veramente necessario questa Zona Economica Speciale. Quello della ferrovia è stato un grande risultato. Certamente l’obiettivo finale sarebbe quello di aprire in Calabria, nel retroporto di Gioia Tauro, i contenitori in arrivo nel porto, e non solo farli ripartire, vuoi con le navi, vuoi via ferrovia. Aprire i contenitori significa realizzare un polo industriale-commerciale a Gioia Tauro. E, questo, con una ZES pienamente operativa, credo che sarà il prossimo, grande obiettivo.

In particolare, nell’ultimo anno, sono stati avviati importanti lavori e notevoli investimenti sul porto di Gioia Tauro. Si può guardare, quindi, con ottimismo al futuro del porto di Gioia Tauro? E da Ammiraglio e “uomo di mare” Le chiedo: che cosa vede all’orizzonte?

Devo essere ottimista, anche se poi magari caratterialmente non lo sono poi così tanto. Lei citava i lavori della banchina di Ponente e la realizzazione di un polo per la cantieristica e per le riparazioni navali che rimane il sogno di questa Autorità Portuale: un sogno che, gradatamente, si va realizzando. Ma vorrei anche sottolineare le immense e ricorrenti difficoltà e gli ostacoli burocratici che si frappongono – dalla ideazione alla realizzazione – di una infrastruttura, oggi, in Italia. Quindi sarà una lunga guerra; un percorso che ci porterà alla configurazione di un porto diverso da quello che è oggi Gioia Tauro.

Ha citato, tra le maggiori difficoltà, l’apparato burocratico e tutta la macchina della Pubblica amministrazione che segue, o dovrebbe seguire, le attività e lo sviluppo di questo Porto. Quali sono stati i principali successi della Sua gestione?

Non so se otterrò questo successo; però, dopo un commissariamento lungo 5 anni, l’obiettivo è quello di creare una coscienza. La Calabria, la società civile calabrese, deve sapere, deve conoscere pregi e difetti del porto di Gioia Tauro, che è un Hub di trasbordo, ma noi contiamo che diventi anche un porto gateway con il collegamento ferroviario di cui si parlava. Ecco, la coscienza e la costituzione di una comunità portuale è certamente un grande obiettivo. Tra l’altro una comunità portuale non esisteva, perché questo porto è stato costruito in maniera artificiale in una zona rurale, in una zona agricola, quindi senza una tradizione. Tradizione che invece possono vantare i porti storici del Centro e del Nord Italia. La costituzione di questa coscienza e di una comunità portuale potrebbero essere, quindi, un risultato molto significativo.

C’è qualcosa che avrebbe voluto fare che non è riuscito a realizzare, almeno finora?

Devo dire la verità, con le immense difficoltà che le citavo, abbiamo progettato e realizzato alcune opere: non solo il gateway ferroviario all’interno del porto di Gioia Tauro, ma abbiamo avanzato fasi di progettazione anche negli altri porti di Corigliano e di Crotone. Infrastrutture sulle quali mi vorrei soffermare più a lungo, perché i porti della Regione (Corigliano e Crotone) sono stati, indubbiamente, dimenticati da questa Autorità Portuale, per una serie di motivi. È inutile che accenni alla gravissima crisi del porto di Gioia Tauro, che ha attanagliato i traffici del porto nell’ultimo decennio e che ha costretto una Autorità Portuale così piccola, e così sprovvista di risorse organiche, ad interessarsi unicamente di questo porto. Il nostro focus era la risoluzione della crisi di questo porto; credo che siamo debitori nei confronti dei porti di Corigliano e di Crotone di analoga attenzione, e questo sarà l’obiettivo dell’Autorità portuale (o dell’Autorità di Sistema portuale) quando arriverà la governance nei prossimi anni.

A livello competitivo conta molto, nell’epoca in cui viviamo, caratterizzata dalla comunicazione e dai mezzi di comunicazione, la reputation. Leggiamo, quasi quotidianamente, notizie di cronaca legate a sequestri di armi o di droga presso lo scalo di Gioia Tauro. Può darci buone notizie che smentiscano la cronaca quotidiana?

Che il porto di Gioia Tauro goda di una pessima reputation è un fatto assodato. La stessa Autorità Portuale spende ingenti somme di denaro nella sicurezza e nell’ausilio alle Forze dell’ordine, alla Guardia di Finanza e all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, oltre che nella lotta contro il narcotraffico e nella protezione esterna dell’area e del compound portuale. Tutto ciò, però, non significa che questo fatto debba diventare una vulgata. Sono contrario a reputare il porto di Gioia Tauro come “il porto della ‘Ndrangheta” o come “il porto della cocaina”. Certamente ne viene scoperta in grande quantità a Gioia Tauro grazie alla bravura e all’intelligence della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ma non credo che traffici di sostanze stupefacenti illeciti non avvengano in altri porti nazionali e internazionali. Il buono di questo porto sono le straordinarie capacità tecnico-nautiche che consentono l’arrivo delle più grandi unità mercantili del mondo (e di questo vado orgoglioso). Per quanto riguarda i fattori negativi io sono anche un Commissario “Istituzionale”, quindi abbiamo messo la legalità al primo posto, ancora prima di risolvere la crisi economica dei traffici.

Dopo quasi sei anni, secondo Lei, non sarebbe auspicabile una Authority ordinaria, con un management competente capace di programmare le attività del porto con continuità e con una visione di medio-lungo periodo? Che cosa potrebbe fare di più e meglio rispetto alla sua gestione?

Quando ero Commissario abbiamo fatto le stesse cose che una gestione presidenziale avrebbe fatto nell’emergenza della crisi cui le accennavo, e nel processo di sviluppo e di rilancio che auspichiamo per questo porto e per la portualità calabrese. Quanto al resto, ha perfettamente ragione, sono il primo a sollecitare il Governo a dare una governance al porto di Gioia Tauro e alla portualità calabrese. La famosa Autorità di Sistema del basso Tirreno e dello Ionio che non è mai stata istituita. È il momento di farlo ora, dopo cinque anni faticosissimi. Anche perché, dopo cinque anni e mezzo, la figura del Commissario in Calabria perde un pezzo della sua legittimazione e, quindi, credo che sia venuto il momento per definire una governance definitiva, che abbia una visione strategica delle problematiche della portualità calabrese dei prossimi anni.

 

 


La scuola è chiusa, Fiammetta segue le lezioni on line sulle montagne circondata dalle capre

Fonte: LACNEWS24

Niente presenza a causa zona rossa. Così la bambina sta con il papà al pascolo e da qui si collega con la sua classe

Fare didattica a distanza a 1.000 metri di altezza, in mezzo alla natura e agli animali. È la storia di Fiammetta Melis, 10 anni, iscritta al quarto anno della scuola primaria di Mezzolombardo, in Trentino.

Quando le scuole sono chiuse causa zona rossa, deve seguire il padre Massimiliano nel suo luogo di lavoro, perché sua madre fa l’operatrice sociosanitaria e ovviamente non può portarla con sé. L’aula di Fiammetta diventa quindi il pascolo dove vengono allevate 350 capre autoctone, passirie e mochene, e sarde. Il papà infatti ha portato una delle più antiche tradizioni della sua terra, la Sardegna, fino in Trentino.

Massimiliano, ex operaio edile, ha fatto la scelta di tornare alle sue origini. Da tre anni ha deciso di abbracciare la passione per terra e animali trasmessagli dai nonni. L’inverno tiene i propri animali in due masi vicino alla Rocca medievale di Samoclevo e l’estate ha due malghe tra Dimaro e Terzolas, in valle di Sole. Grazie al latte delle sue capre riesce a produrre formaggi e ricotte dai profumi particolari.

«Fiammetta è molto brava a scuola e l’ambiente montano le insegna l’importanza di adattarsi. I problemi logistici li risolviamo grazie all’hotspot del telefonino. Per fortuna la connessione è buona in val di Sole», spiega Massimiliano con pragmatismo tipico delle genti di montagna. Sua figlia vive con straordinaria capacità di adattamento questo momento di lontananza dalla scuola: “Riesce a studiare con le maestre tramite il monitor del computer. E, quando serve, mi aiuta con gli animali. In fondo, sono due strumenti di apprendimento molto diversi tra loro ma entrambi molto utili per la crescita di una bambina».