Archives: Marzo 18, 2021

FìmminaTv intervista Carmelo Salerno – il portale di Calabria Condivisa, un ponte per spingere la Calabria oltre i suoi confini

Con Carmelo Salerno raccontiamo la piattaforma della Rete Calabria Condivisa e ragioniamo sull’uso di informatica e web per abbattere il gap infrastrutturale calabrese … e creare “nuovi ponti”

 

http://www.fimminatv.it/puntate/calabria-condivisa-carmelo-salerno-il-portale-della-rete-e-gli-strumenti-per-portare-la-calabria-attraverso-nuovi-ponti/


Anno internazionale dell’economia creativa per lo sviluppo sostenibile

Maria Loscrì

Se la bellezza salverà il mondo, la creatività ne sarà, certamente, il motore propulsore.

Pur nell’estrema familiarità che caratterizza il concetto di creatività, ben sappiamo che l’idea di essere creativi nell’arte, piuttosto che nelle scienze o nell’economia o nell’allevare bambini o, ancora, nello scrivere libri, non incontra sempre un puntuale e preciso accordo anche in considerazione della estrema varietà di manifestazioni che caratterizzano un prodotto che può essere definito “creativo”. Altrettanto dibattuta è la considerazione se creativi si nasce o si diventa. L’unica certezza che sembra emergere, in un tale contesto di elusività, è che il mondo attuale, accomunato da un momento di grave crisi multiforme e multisettoriale, sembra non poter prescindere dalla creatività, non solo in campo culturale e artistico, quanto anche in campo socio-economico.

Non a caso, la settantaquattresima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, su proposta specifica dell’Indonesia, ma sostenuta da più di ottantuno paesi, ha dichiarato il 2021 “Anno internazionale dell’economia creativa per lo sviluppo” chiamando in causa, dunque, la creatività e la cultura quali fattori determinanti delle sfide globali cui è chiamato a far fronte il mondo con l’Agenda 2030, ma soprattutto come settori chiave della ripresa post pandemica. Ma non solo…creatività e cultura, contribuendo al dialogo e alla comprensione dei popoli sono, al tempo stesso, ambiti fertili per l’innovazione e per una crescita innovativa e sostenibile.

Il Terzo Forum Mondiale dell’UNESCO sulla Cultura e le Industrie Culturali, con la Dichiarazione di Firenze del 4 ottobre 2014, riconoscendo il ruolo chiave delle comunità come attori per il cambiamento, aveva già posto l’accento sui settori dello sviluppo sostenibile nei quali la cultura porta valore aggiunto riuscendo, in questi termini, a superare una dimensione puramente monetaria della programmazione territoriale, per il tramite delle espressioni culturali, della salvaguardia del patrimonio materiale e immateriale, della promozione della diversità culturale, dell’urbanistica e dell’architettura.

Nella nuova agenda politica la cultura non può non avere piena integrazione nelle strategie di sviluppo sostenibile, così come uno sviluppo economico e sociale inclusivo deve fondarsi su sistemi di governance della cultura e della creatività che rispondono alle esigenze e ai bisogni delle popolazioni così come le aree urbane e rurali non possono non venire in considerazione come dei veri e propri laboratori per lo sviluppo sostenibile e, allo stesso modo, il potenziale delle industrie culturali, che costituiscono il cuore dell’economia creativa, deve essere sfruttato pienamente per stimolare un’innovazione che sia al servizio della crescita economica, della piena occupazione produttiva e dell’esistenza di opportunità di impiego dignitose per tutti.

Castello di Corigliano

L’impegno di tutti e di ciascuno deve essere, dunque, quello di adottare misure concrete nel contesto di un partenariato globale per promuovere ambienti, processi e prodotti creativi che favoriscano il potenziamento delle capacità umane e intellettuali, la creazione di strategie di investimento innovative, in grado di sostenere la ricerca, l’innovazione e soprattutto la produzione locale di beni e servizi culturali, la costruzione, l’utilizzo e il costante aggiornamento di indicatori di valore e di impatto al fine di monitorare e misurare il contributo della cultura allo sviluppo sostenibile, anche attraverso la raccolta, l’analisi e la diffusione di informazioni e di statistiche, nonché buone prassi in politica.

Louis Pasteur, scienziato francese ben noto per le grandi scoperte realizzate, a metà dell’Ottocento, con l’intento di affrontare alcuni fra i più gravi problemi che, all’epoca, attanagliavano l’agricoltura, l’industria agraria, l’allevamento sosteneva, a ragion veduta, che “il caso favorisce la mente preparata”.

Una regione come la Calabria, terra di cultura, emozione, diversità potrebbe avere le carte in regola per affrontare le grandi sfide globali e candidarsi al successo ma, la domanda che sorge spontanea è: “le menti sono preparate per poter essere favorite dal caso?”

Nella programmazione 2021/2027 l’Europa ha dato ampia dimostrazione del valore fondante riconosciuto alla cultura e alle imprese creative prevedendo un aumento sostanziale di risorse stanziate per il sostegno dei settori culturali e creativi e delle opere audiovisive europee. E la cultura come veicolo di coesione economica e sociale è un tema particolarmente sfidante per l’Italia e per la Calabria dove la Cultura e il Patrimonio Culturale costituiscono il più grande asset disponibile ma, paradossalmente, anche il meno valorizzato per trarne e mettere a sistema, benefici multiformi e multisettoriali, comprese le co-programmazioni e co-progettazioni territoriali.

La grande sfida che la Calabria deve saper affrontare nei prossimi anni, anche in vista della nuova consiliatura regionale, sarà proprio quella di essere in grado di predisporre adeguate strategie di investimento “bottom up”, nelle politiche di sviluppo territoriale connesse a cultura e turismo, ossia dando spazio, dopo decenni di politiche “calate dall’alto” ed “eteroimposte”, a politiche di programmazione, ancor prima che di progettazione, generate dagli stessi destinatari delle misure previste, ossia dalle comunità locali rese protagoniste di un sistema di governance etica e sostenibile.

Di particolare interesse potrebbe essere, nella programmazione regionale futura, ad esempio, l’introduzione di adeguati strumenti e misure per l’integrazione degli interventi culturali, economici e sociali e delle risorse pubbliche e private; l’introduzione di una strategia unificante di numerosi microinterventi, anche in aree rurali, interne, con potenzialità turistiche a oggi poco sfruttate; l’integrazione dei bandi attinenti al settore culturale e a quello turistico-commerciale al fine di sfruttare le sinergie esistenti tra i due ambiti.

Se è vero, come è vero, che la Calabria è ancora una regione capace di stupire il viaggiatore per i suoi “contrasti”, per le sue singolarità ambientali e paesaggistiche, per le sue meraviglie ecologiche, per le sue diverse nature, per i suoi intrecci culturali, per la sua storia antichissima, per i suoi “mille e uno” volti, deve essere altrettanto vero che la Calabria non può e non deve presentarsi impreparata per consentire al caso di favorirla.


Generazioni Erasmus

Alessandra Tuzza

“Erasmus è il programma più emblematico dell’Europa, il gioiello della nostra corona. Le generazioni Erasmus rappresentano l’essenza del nostro stile di vita europeo. Unità nella diversità, solidarietà, mobilità, sostegno all’Europa come spazio di pace, libertà e opportunità”

Uno dei più grandi successi che l’Europa ha realizzato negli ultimi 30 anni di attività è l’aver dato vita ad una generazione di oltre dieci milioni di cittadini cresciuti in un ‘ottica multiculturale e poliglotta la “generazione Erasmus”. Erasmus plus è senza dubbio uno dei programmi europei più riusciti, capace di creare una vera cittadinanza comune che non conosce barriere linguistiche e che ha saputo arginare le differenze culturali rendendole punti di forza e non di attrito per il dialogo tra le diverse nazionalità europee. Gestito in Italia da Indire, Agenzia Nazionale Erasmus+ il programma è attivo con le diverse linee di scambio dal 1987 data della sua partenza. In ben 34 anni di azione ha spostato in Europa e nel mondo milioni di cittadini europei, a ragione chiamati generazione Erasmus. Un programma, oggi non solo a disposizione delle Università ma aperto ai giovani, che a partire dai 14 anni possono godere di percorsi di esperienza e arricchimento linguistico e culturale con scuole o organizzazioni operanti nel resto d’Europa. Un percorso per altro diretto ai giovani imprenditori, cui è dedicato l’Erasmus Giovani Imprenditori, che possono beneficiarne per percorsi di scambio ed esperienze lavorative in tutto il contesto europeo e mondiale; come pure a coloro che usciti dai percorsi formativi vogliano inserirsi in percorsi di scambio ed esperienza lavorativa in ambito comunitario.  Nel corso di un evento tenutosi su zoom lo scorso 18 Febbraio, organizzato dall’Edic Calabria&Europa di Gioiosa Jonica si è dato spazio alle Novità previste dal Programma Erasmus+2021-2027 che, con 26 miliardi di budget per la nuova programmazione, promette di essere sempre più inclusivo, digitale e green e con l’obiettivo di rendere la “mobilità una realtà per tutti.”  Infatti, il nuovo programma, seguendo una strategia di modernizzazione e internazionalizzazione, sarà molto più inclusivo di quello passato. Il piano è quello di triplicare il numero di partecipanti, portandoli a 12 milioni di persone, grazie a nuove linee guide più inclusivi. Erasmus+ 21-27 si estenderà oltre l’istruzione superiore, a tutti i livelli e i tipi di istruzione e formazione. Infatti, l’83% del bilancio totale sarà assegnato ad attività nel campo dell’istruzione e della formazione, il 10,3% ad azioni nel settore della gioventù e l’1,9% ad attività legate allo sport. Le priorità fondamentali del programma si possono dividere in 4 settori:

  1. Inclusione e diversità: Pari opportunità e accesso ai partecipanti e organizzazioni sottorappresentati; Migliore visibilità con i partecipanti con minori opportunità e svantaggiati; Smantellamento delle barriere relative ad esempio: disabilità; status socioeconomico; discriminazione; ubicazione geografica.
  2. Trasformazioni digitali: Contribuire a stimolando l’innovazione e colmando il divario di conoscenze, abilità e competenze dell’Europa; Adozione delle tecnologie digitali nelle pedagogie innovative nei settori dell’istruzione, della formazione, della gioventù e dello sport;
  3. Partecipazione alla vita democratica: Conoscenza e consapevolezza sulle questioni europee; Cittadinanza attiva ed etica nell’apprendimento; Competenze sociali e interculturali, pensiero critico e alfabetizzazione mediatica;

4. Sostenibilità ambientale e obiettivi climatici; Sensibilizzazione sulle sfide ambientali legate al cambiamento climatico; Competenze in diversi settori rilevanti per la sostenibilità ambientale; Sviluppo di strategie e metodologie per le competenze settoriali verdi

Coinvolgere i cittadini ed i giovani ad approfondire sempre più l’argomento e partecipare alle diverse opportunità offerte dal Programma consentirà anche nel futuro post pandemia di costruire un’Europa più coesa e sentita da parte dei cittadini. L’invito è quindi di approfondire la propria conoscenza seguendo i prossimi passi e le novità di questo meraviglioso contenitore di cittadinanza attiva … per ulteriori info  consultate il sito http://www.erasmusplus.it/


Il bisso, la filatura e la tessitura nel mondo antico

Bakhita Ranieri

Fin dai tempi più antichi le conchiglie hanno svolto un ruolo importante nella vita dell’uomo. Grazie all’enorme varietà di forme e dimensioni, hanno assunto usi e significati diversi. Inizialmente trovate in natura poi, successivamente lavorate, vennero utilizzate come recipienti, come strumenti musicali, come moneta, come monili; in seguito già a partire dai greci e dai romani, anche come elemento decorativo nelle varie forme artistiche sia in pittura che in scultura che in architettura. Dal bisso si ricavavano pregiatissimi e costosi tessuti con i quali si confezionavano, probabilmente già nell’antichità, vesti ostentate come veri e propri status symbol dai personaggi più influenti delle società. Molti archeologi e filologi hanno discusso sulla possibile identificazione già a partire dall’Età del Ferro della seta marina con la fibra identificata durante tutto il I millennio a.C. dal termine bisso. Un tempo esisteva un raro e costoso materiale tessile dai riflessi dorati e scintillanti, simili alla seta: il bisso marino, prodotto della Pinna nobilis Linneo, un grande mollusco bivalve che vive in diverse zone del Mediterraneo, in alcuni tratti costieri della Sardegna, del Golfo di Taranto, di Gallipoli e Porto Cesareo nel napoletano, della Dalmazia e della Grecia.

Fra le produzioni tessili la Pinna nobilis era una delle più ricercate, produceva filamenti adatti a essere lavorati tramite cardatura e filatura, fino ad ottenere un filato assai sottile e resistente.

Da abbondanti raccolte del mollusco, le popolazioni ricavavano sufficiente filo per realizzare tessuti o ricami ed impreziosire vesti di personaggi di alto rango in campo religioso come in campo politico e persino nello spettacolo come danzatrici e celebri etere, chi doveva apparire e rifulgere di luce doveva indossare vesti in bisso. E vi era una vera e propria industria del bisso supportata da manodopera abbondante e a buon mercato.

In varie fonti, si narra che personaggi illustri di epoca romana solevano indossare toghe dall’aspetto aureo poichè, all’impatto con la luce solare o con riflessi di luci artificiali, la bruna e bronzea tonalità del tessuto si illuminava di riflessi dorati, caratteristica che è tipica del bisso.

La lavorazione del bisso piuttosto laboriosa ha origini antichissime. Quasi sicuramente nacque, in area mediterranea e in Medio Oriente dove sorsero le prime civiltà (Egizi, Fenici, Caldei, Ebrei) che furono in grado di raccogliere e trattare questi filamenti con straordinaria abilità: dopo la raccolta infatti il bisso grezzo deve essere pulito e pettinato più volte, messo in ammollo in succo di limone e infine filato a mano fino ad ottenere un prezioso tessuto serico, finissimo. Per ottenere 1 kg di bisso grezzo e produrre così 200-300 grammi di seta di bisso marino, occorrono fino a 1.000 conchiglie, è quindi facilmente intuibile perchè questo materiale sia diventato un prodotto di lusso.

Si poteva ottenere una filatura a filo liscio, adatto per i ricami, o a filo ritorto, cioè doppio, più resistente e quindi adatto per l’orditura che poteva essere a muro, come si usava in Grecia e in Persia, oppure a terra, come in Mesopotamia. La filatura manuale, eseguita con rocca e fuso di legno di piccole dimensioni, era molto difficile, l’abilità delle filatrici consisteva nell’ottenere filati sottilissimi e di diametro uniforme. La lavorazione più diffusa era quella a maglia per realizzare indumenti come scialli, guanti, cappelli e cravatte. Ma i fili venivano anche tessuti, o ricamati su stoffe oppure lavorati in modo particolare per formare una sorta di pelliccia.

Inoltre non solo il bisso, ma anche la conchiglia intera era utilizzata: la carne come cibo, le perle come decorazione, la madreperla per bottoni e per lavori di intarsio, il guscio per vasi, paralumi o come souvenir e i ciuffi di bisso come rimedio nella medicina popolare.

Bisso marino ripulito

Quasi tutto quello che oggi sappiamo sulla raccolta della Pinna nobilis, sulla raccolta del bisso, sulla fabbricazione e sulla lavorazione del bisso marino proviene da fonte del XVIII, XIX e della prima metà del XX secolo. Quasi la metà di tutti i reperti catalogati è semplicemente lavorato a maglia rasata, in parte con piccoli disegni. Sono conservati anche oggetti fatti all’uncinetto.

È Pausania infine a fornirci la più antica informazione occidentale sulla seta e il modo di produrla. Lo fa parlando di materie prime per la filatura, vegetali e coltivate nel territorio greco dell’Elide.

Il più antico manufatto in seta marina, rinvenuto archeologicamente, risale effettivamente solo al IV secolo: le fibre, vennero alla luce nel 1912 in una tomba femminile ad Aquincum (Budapest), per essere poi distrutte da un bombardamento durante la seconda guerra mondiale.

È del XIV secolo una cuffietta finemente lavorata a maglia rinvenuta nel 1978 durante una campagna di scavi archeologici presso la Basilica di Saint Denis a nord di Parigi. Già alla fine del XVIII secolo sono testimoniati tessuti con decorazioni intessute e ricamate di bisso marino. Nella prima metà del XIX secolo appare la lavorazione dei ciuffi di fibra a pelliccia. Al Field Museum of Natural History di Chicago è esposto un manicotto acquistato da Taranto nel 1893 per l’esposizione mondiale di Chicago. Si tratta di una lavorazione cosiddetta a pelliccia con i ciuffi di fibra cuciti interi, strato su strato, su di un tessuto di base, il cui risultato è una pelliccia che brilla dei dorati fili di bisso.

Berretto in bisso marino fatto a mano, XIV secolo

La colorazione naturale del ciuffo della Pinna nobilis ripulito e pettinato, è variabile, a seconda della posizione e forse anche in base all’età della conchiglia. Il colore quindi potrà variare dal bronzo al rame, al giallo oro, al marrone, al verde oliva fino al nero.

Il bisso viene spesso affiancato alla porpora, sostanza colorante con la quale i Fenici tingevano tessuti preziosi. La pesca delle pinne utilizzate per la confezione del bisso, come anche quella dei murici per la porpora, avrebbe avuto uno sviluppo continuativo nel periodo bizantino tanto che ancora nell’VIII secolo si esportavano bisso e porpora non soltanto nelle corti longobarde, ma anche in quelle occidentali e orientali.

La seta fu nota solo a partire dall’età ellenistica e le stoffe pregiate e costose di seta ebbero una maggiore diffusione a partire dall’età imperiale romana. In Grecia le stoffe di seta venivano importate per poi essere disfatte e, con il filo ottenuto, poter confezionare nuovi tessuti.

Fino alla metà del secolo scorso il bisso veniva ancora raccolto e lavorato in Puglia, nel territorio di Taranto con il nome di lanapenna. In Sardegna, invece, la morbida fibra dal colore bruno-dorato viene filata, tessuta e utilizzata per realizzare ancora oggi preziosissimi ricami.

Bisso lavorato a uncinetto

Le tecniche della filatura e della tessitura fanno parte della vita quotidiana dell’uomo fin dai tempi più remoti. Ogni famiglia provvedeva autonomamente alla maggior parte delle stoffe necessarie per la confezione delle vesti. Era indispensabile quindi sia filare che possedere un telaio.

Data la deperibilità del legno con i quali i telai erano fabbricati, non se n’è conservato nessuno ma spesso si trovano nel terreno, come indicatori archeologici, un gran numero di pesi da telaio in terracotta. La necessità di coprirsi per ripararsi dal freddo e dalle intemperie, avrà prima indotto l’uomo a fabbricare tessuti rozzi in sostituzione delle pelli, in seguito, l’ambizione di ornarsi avrà sviluppato la produzione di tessuti più fini per colori e disegni.

Le donne vengono indicate generalmente come filatrici e tessitrici: il lavoro della lana è il simbolo della donna come il lavoro delle armi quello dell’uomo.

Gli elementi più comuni che indicano l’attività della filatura e quella conseguente della tessitura sono le fusaiole e i rocchetti. Talvolta sono documentati pesi da telaio di forma per lo più troncopiramidale. Associata al fuso doveva essere la conocchia, che si ritrova solo in corredi ricchi, in osso, bronzo o in vetro, negli altri doveva essere in legno come il fuso.

Nell’antichità la tessitura era gestita in ambito familiare o con piccole imprese artigianali, ma già presso i Romani le fasi della lavorazione della lana e del lino cominciarono ad essere organizzate in officine specializzate in una sola lavorazione dove la manodopera era fornita dagli schiavi. Con la rete dei commerci giungevano in Italia materie prime e coloranti non solo dal Mediterraneo ma anche dall’Oriente.

Attraverso fonti prevalentemente letterarie, si ha davanti un excursus di figure femminili legate al lanificium in particolare eroine mitiche e divinità, collocate in epoca arcaica dagli autori che ne danno testimonianza. Per Omero, la pratica della tessitura e le competenze ad essa inerenti rientrano tra le caratteristiche più illustri di una donna di nobili origini. A Troia Elena (Iliade III, 165–169) e Andromaca (Iliade XXII, 566–569) sono descritte occupate a tessere, nei loro appartamenti, vesti ricamate. Sono indicative anche le scene in cui la maga Circe o la ninfa Calipso lavorano al telaio accompagnandosi con il canto. La prima, “Circe dentro cantare con bella voce sentivano, tela tessendo grande e immortale, come sono i lavori delle dee, sottili e splendenti e graziosi” (Odissea X, 220–224,), la seconda “cantando con bella voce e percorrendo il telaio con spola d’oro, tesseva(Odissea V, 61–62). Il telaio in uso nel mondo antico era quello verticale, al quale le donne potevano tessere stando sia in piedi che sedute, Ovidio narra della lavorazione della lana cui sono particolarmente dedite le figlie del re Minia. Prima si accenna alla filatura, subito dopo si fa riferimento all’applicazione alla tela, ovvero alla tessitura: “Soltanto le figlie di Minia restano a casa… cardano la lana, o torcono fili col pollice o stanno curve sul telaio… e una, tirando con agili dita il filo, dice: mentre le altre fanno vacanza per assistere a quella fandonia di rito noi, da parte nostra, impegnate nelle attività di Minerva, dea migliore, rendiamo più leggero… l’utile affaccendarsi delle mani…”.

L’arte del tessere era tenuta in altissima considerazione presso gli antichi che onoravano Atena Minerva quale protettrice delle opere femminili ed in particolare della tessitura. È ben noto il mito di Aracne, l’abilissima tessitrice della Lidia, che non volendo riconoscere di aver già ricevuto dalla dea le sue straordinarie capacità, osò sfidarla in una gara, vinta, fu poi trasformata da Atena in ragno, simbolo dell’abilità di filare e di tessere. La personalità di Atena, in particolare nel suo aspetto di Ergane, è contraddistinta dalla filatura e dalla tessitura, dono della metis divina al sapere femminile. Numerose raffigurazioni vascolari di V a.C. illustrano scene di donne impegnate in vari momenti della filatura e della tessitura. Rappresentate sedute su uno sgabello, esse tengono le gambe leggermente divaricate e a volte la veste arrotolata sulle ginocchia, in una posa che suggerisce movimento e instabilità dinamica, con le braccia sollevate, inoltre, reggono la conocchia in una mano e il fuso nell’altra, mentre un kalathos poggiato ai piedi raccoglie il tessuto. Il telaio a pesi è il tipo di telaio che veniva usato nell’antichità. È un telaio molto semplice che ha la caratteristica di cominciare a costruire il tessuto contrariamente ai telai moderni, nella sua parte alta. Fu il primo tipo di telaio inventato dall’uomo, nel periodo neolitico e rimase in uso presso popoli antichi del Mediterraneo fin dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente. Il telaio verticale era rigido e poneva dei limiti alla dimensione dei tessuti. Se si dovevano ottenere pezze di lunghezza superiore all’altezza delle tessitrici, era inevitabile che si sviluppassero piani di lavoro rialzati.


Calabria, un territorio che sa esprimere eccellenze. Intervista al Rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria

Maurizio Lovecchio

Con la rubrica “Il punto a Mezzogiorno” il magazine online dell’Eurispes, ha aperto un confronto sulle potenzialità ancora inespresse del Sud d’Italia chiamando ad animare questo spazio con il loro contributo di riflessione quanti seguono più da vicino l’evolversi della questione meridionale.  

Abbiamo rivolto la nostra attenzione all’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria, un riferimento culturale molto importante per il territorio con un’offerta formativa rilevante che copre 7 macro-aree disciplinari, 23 corsi di studio e 7 corsi di dottorato. Una possibilità concreta per la formazione e la crescita culturale di oltre seimila studenti. Per conoscere meglio questa realtà abbiamo incontrato il Rettore dell’ateneo, Santo Marcello Zimbone.

Quanto è importante la missione di un Ateneo in una Regione come la Calabria in cui il tasso di disoccupazione giovanile è del 48,6%, i NEETS (coloro che non cercano lavoro e non sono impegnati in formazione) sono il 36, 7% e in cui oltre il 21% dei ragazzi abbandona gli studi prima ancora del diploma?

Credo che la missione di un Ateneo che opera in questo contesto, e più in generale al Sud, sia importantissima. Innanzitutto la stessa presenza degli atenei costituisce un principio fondamentale per questa area del Paese e lo è in particolare per gli aspetti della formazione. I numeri sono ovviamente preoccupanti, li conosciamo già da tempo, e la dispersione scolastica è un fatto al quale bisogna porre rimedio. In questo senso il ruolo dell’Università è fondamentale, in quanto traino nei confronti del mondo della scuola, che ha bisogno di una collaborazione più stretta con il mondo universitario. Quindi credo che la presenza e la missione degli atenei, in particolare quelli statali come è il nostro, e ancor di più in una Regione come la Calabria, sia fondamentale e sia forse una delle chiavi per lo sviluppo e per la crescita futura, per dare una prospettiva a questi giovani.

In questo periodo particolarmente complicato, come si è organizzata l’Università Mediterranea rispetto ai servizi e alla didattica? Siete riusciti a dare continuità a studenti e docenti?

Ormai è trascorso quasi un anno, ed è il tempo per fare anche un piccolo bilancio di quello che è avvenuto. Siamo stati tra i primi atenei in Italia ad adeguare il nostro modo di lavorare e anche le modalità di erogazione della didattica. Lo abbiamo fatto in tempi brevi, e devo dire che in questi mesi ho più volte riscosso la soddisfazione degli studenti. Tutto è stato traslato online; c’è stata una repentina metamorfosi all’interno del sistema universitario nazionale e noi non eravamo pronti, ma attrezzati. Questo sicuramente ci ha aiutato, così come ha aiutato in generale l’Università, perché nel campo della Pubblica amministrazione estesa alla scuola è chiaro che se non si è attrezzati e se non si ha un know how specifico è difficile dare delle risposte in tempi brevi.

L’Università ha saputo riorganizzarsi

Noi riteniamo di averlo fatto con tempestività e anche con efficacia, visto che posso dire che non c’è stata una vera e propria soluzione di continuità, ma semplicemente la necessità per gli studenti di abituarsi ad un modo nuovo di partecipare alle attività didattiche. Devo dire che i numeri che ho rilevato sono confortanti, nel senso che la stessa presenza alle attività didattiche è cresciuta. Nella vita ordinaria di uno studente può capitare di perdere qualche lezione, magari per altri impegni; invece, attraverso questi sistemi online abbiamo dato un di più; ci hanno permesso di salvare e organizzare negli archivi delle piattaforme tutte le lezioni, il che significa che uno studente ha la possibilità di rivedere la lezione e di rinfrescarsi la memoria su quello che ha sentito. Complessivamente, mi pare che il giudizio possa essere buono per come lo interpretano gli studenti e che il nostro Ateneo abbia colto con tempestività le istanze provenienti dalla comunità studentesca che, ad oggi, è rimasta ampiamente soddisfatta.

Rimanendo sugli studenti: la tendenza degli iscritti all’Università Mediterranea di Reggio Calabria è in costante crescita, oggi ospita oltre 6mila studenti. I professionisti che escono fuori con la laurea della Mediterranea di Reggio Calabria hanno una formazione pronta per le richieste del mercato regionale calabrese? Qual è la possibilità che ha uno studente o un di trovare un’occupazione in Calabria?

L’attività formativa che si fa negli atenei statali, in particolare, e anche in alcuni privati guarda oltre i confini regionali. Il mondo della formazione universitaria ha subìto delle modificazioni in questi ultimi anni, e il raggio d’azione si è ampliato. Il mercato non ha più dei confini, ma è chiaro che la presenza di un Ateneo in una Regione consente di rafforzare il collegamento con le attività produttive di quel territorio. Noi siamo fortemente collegati al tessuto produttivo regionale che ha delle specificità precise. Come sappiamo, la Calabria non ha un tessuto industriale, ma esistono delle realtà eccellenti che fanno fortuna anche fuori dall’Italia. I nostri ragazzi ricevono una formazione che spazia molto, perché i corsi di studio che abbiamo attivato e anche incrementato in questi anni coprono àmbiti molto solidi, che vanno oltre le mode e danno la possibilità a chi studia qui di acquisire una formazione che può spendere anche nella Regione.

La Calabria ha grandi potenzialità

Le potenzialità della Calabria sono purtroppo buona parte inespresse o inutilizzate; tuttavia esiste un mondo che cammina e non è tutto nero come spesso viene dipinto dai mass-media. La Calabria è una Regione abbastanza dinamica, con delle realtà anche eccellenti che esprimono una domanda e questa può essere soddisfatta dai ragazzi che noi formiamo e che si laureano qui. Il livello di uniformità nello standard formativo è abbastanza elevato, e il nostro Ateneo è bene attrezzato dal punto di vista dei laboratori di ricerca su temi di grande interesse per la Regione (per le sue caratteristiche, le sue peculiarità e le attività produttive).

Sicuramente nel territorio regionale una parte importante dello sviluppo è legata al settore agricolo. Secondo lei lo sviluppo della Calabria può passare dal settore agricolo che, ricordiamo, è un comparto che conta il 20% del totale degli impiegati di tutta la Calabria e il 18% delle imprese iscritte alle varie camere di commercio? È un settore che può trainare e può rappresentare lo sviluppo futuro della Calabria, considerato che settore agricolo significa anche investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo?

La mia memoria va subito agli anni intorno al 2011, quando il mondo intero ha attraversato una crisi economica importante che è simile a quella che sta attraversando oggi per altre ragioni. Quella fase, molto critica, fu superata grazie soprattutto al comparto agricolo che, come dicono tutte le statistiche, ha sostenuto il mondo in quella fase e lo sosterrà anche in futuro. Ecco, con questa considerazione sullo sfondo, devo dire che la Calabria in aggiunta ha delle potenzialità nel comparto agricolo e forestale che potrebbero farle fare il salto di qualità. Siamo certamente all’avanguardia nella produzione e nella specificità.  Questo dovrebbe far riflettere i giovani, perché l’investimento nell’agricoltura è un investimento in un certo senso riparato da questi “grandi cicloni dell’economia” contemporanea.

Agricoltura e innovazione: un campo su cui puntare

D’altra parte, la formazione che noi svolgiamo nel campo agricolo, forestale e agroalimentare è ormai consolidata: abbiamo un’offerta formativa abbastanza completa da parecchi anni e, devo dire, anche con ottimi risultati nel campo dell’innovazione. Quest’ultima passa anche dal lavoro che noi facciamo tutti i giorni con i nostri ragazzi, che hanno grande capacità e talento, mezzi per intraprendere dei percorsi per costruire delle attività nel campo agricolo e di garantirsi un futuro. Occorrerebbe pure che le famiglie guardino con attenzione a questi àmbiti per dare ai loro ragazzi una prospettiva che anzi mi sento di dire è più certa in questo settore rispetto ad altri.

Recentemente, sul Quotidiano del Sud, Lei ha annunciato un programma di interventi da parte di ricercatori e studiosi dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria per la promozione e la valorizzazione dei borghi della Calabria. il Recovery Fund pare riservi una parte cospicua di risorse alle aree interne: che cos’altro serve per sperare che lo sviluppo regionale calabrese passi anche dalle aree interne?

A mio avviso serve tanto altro: il Recovery fund non so se sarà effettivamente un’opportunità e se comprenderà delle misure in questo senso e in questa direzione. La problematica della valorizzazione dei borghi, che per fortuna è riemersa durante l’emergenza sanitaria, è una problematica a mio avviso molto complessa e molto variegata, che richiama un ventaglio di aspetti tutti importanti. D’altra parte, occorre anche individuare il modello di sviluppo giusto, perché le misure che vengono adottate e finanziate per l’intero Paese non è detto che valgano allo stesso modo in tutte le realtà. Quindi, questo viaggio che noi stiamo facendo dopo aver invocato i contributi dei nostri professori e ricercatori sui vari temi e aperto un dibattito nella carta stampata, serve a mobilitare, da un lato, la sensibilità delle energie buone e delle idee dei giovani, dall’altro, a far capire che se si vuole puntare con determinazione a questo obiettivo bisogna stare attenti alle scelte che si fanno o che si invocano.

Non è detto che qualsiasi misura funzioni come un’altra

La Regione ha delle caratteristiche ben precise ed ha anche dei limiti che deve superare: le misure vanno tarate, vanno pensate tenendo conto non solo della sensibilità della cittadinanza, ma anche del contesto, mi lasci dire, scientifico che si occupa di questo argomento da tanto tempo. Questo tema è così tanto variegato che merita una serie di focus sui vari argomenti per cercare di capire cosa è meglio. Non è detto che il fattore limitante sia necessariamente e solamente quello finanziario. a volte ci sono delle misure banali che possono produrre dei risultati che hanno un grandissimo valore economico, accanto all’auspicio dei finanziamenti e del sostegno che il Governo potrà dare, per esempio, attraverso il Recovery Plan. Bisogna riflettere anche sul modello da adottare, sul sistema da mettere in campo per far sì che i giovani sentano l’opportunità e non solo il bisogno di investire il loro patrimonio di idee e le loro energie nella creazione di attività che poi servirebbero a valorizzare i borghi. Noi siamo ricchi, come Calabria, di una quantità enorme di piccoli centri e non abbiamo soltanto i borghi di montagna e di collina, ma abbiamo anche quelli lungo la costa: le potenzialità ci sono. Bisogna capire come aiutare i giovani a sviluppare la loro capacità imprenditoriale e, se questo avverrà, credo che si potrebbe generare un indotto importante in un mondo che cambia. Non è un caso che questo tema sia riemerso proprio adesso. I cambiamenti nelle modalità con cui si lavora, l’accorciamento paradossale delle distanze grazie a questi sistemi che adesso siamo costretti ad utilizzare, hanno cambiato la nostra prospettiva e potrebbero venire incontro alle esigenze che questi piccoli centri hanno. Piccoli centri ricchi di un patrimonio culturale, archeologico, religioso, artistico che ci fa spiccare in Italia. Quindi credo che sia il momento di spingere sull’acceleratore ma, soprattutto, sul modo con cui tendere a questo obiettivo.

In conclusione, quale può essere un messaggio di speranza o comunque un messaggio per quei giovani calabresi che decidono di studiare all’università Mediterranea di Reggio e che decidono di restare in Calabria?

Il messaggio non può che essere fiducioso! L’ottimismo è una chiave che aiuta a superare gli ostacoli. Ritengo che quello che sta accadendo porterà delle novità e dei cambiamenti importanti anche in questa Regione. Chi decide di studiare nel proprio territorio ha ovviamente dei privilegi, fosse anche il fatto che studia e trascorre una fetta importante della propria vita nel luogo che è vicino ai propri affetti. La vita dello studente non è soltanto un percorso di studio, ma è anche una vita a tutto tondo. Qui si riesce a vivere abbastanza bene: si spende poco e questo è importante, si può acquisire la formazione per andare a raggiungere obiettivi anche ambiziosi. Quindi, non manca nulla da questo punto di vista.

Anche in Calabria il vento sta cambiando

Quello che io percepisco è che il vento sta cambiando e che nell’imminente futuro potrebbero nascere delle importanti opportunità. Noi stessi come Università ci stiamo impegnando per favorire investimenti del settore privato nella nostra Regione, per favorire la delocalizzazione delle attività di grandi aziende multinazionali, perché adesso ci sono le condizioni per farlo e i sistemi innovativi di lavoro che stanno prendendo piede aiutano anche da questo punto di vista. Chi studia a Reggio Calabria deve sapere che fra qualche anno il panorama che ha intorno attualmente potrebbe essere cambiato e anche sostanzialmente. Quindi, invito le famiglie e i ragazzi a riflettere su questo. Perché andare a studiare altrove non ti dà una garanzia in più dal punto di vista della formazione, ma anzi ti fa venire incontro a delle spese (a volte anche notevoli) di cui occorre tener conto e, soprattutto, ti priva della possibilità di dare il tuo contributo alla tua terra. Questa terra ha delle potenzialità che, secondo me, fra qualche anno verranno alla luce, e tutte insieme. Chi decide di studiare qui e di completare la propria formazione in Calabria credo che possa essere anche premiato; è opportuno correre, affrontare questa sfida, non abbandonare i remi, ma andare avanti, sapendo che in futuro possono crearsi delle opportunità di lavoro e successo anche in questa terra.

*Maurizio Lovecchio è Direttore della sede Eurispes della Calabria.


Co-Programmazione e Co-progettazione: strumenti di una diversa infrastruttura sociale e istituzionale

Anche chi non è avvezzo al linguaggio giuridico non avrà difficoltà a riconoscere la sostanziale differenza tra  Costituzione “formale” e “materiale”. Nella prima sono sanciti i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico, nella seconda quei principi si rivelano nella prassi adottata dalle forze politiche in un determinato momento storico.

La fase storica di cui siamo spettatori e protagonisti, nonostante si caratterizzi per uno sconvolgimento delle nostre relazioni precipitandole in distanze di ogni genere, ha innalzato e reso visibile ai nostri occhi una verità incontestabile: l’umanità è interdipendente, indissolubilmente correlata in tutte le dimensioni del suo essere sociale, economico e politico. In realtà lo sono tutte le particelle degli universi conosciuti, a scanso di obiezioni sulla eccentricità dell’umano! Ho inteso muovere da questa constatazione, tra fisica e filosofia, per introdurre il tema della co-progettazione che altro non è se non il frutto di una relazione intelligente finalizzata al consolidamento della res pubblica, del bene comune.

La co-progettazione e la co-programmazione da poco tempo hanno assunto nel nostro paese un rilievo costituzionale, dunque ordinamentale, in grado di diffondere nella galassia degli enti del “terzo settore” e della pubblica amministrazione una ventata di profonda innovazione “nella realizzazione di specifici progetti di servizio o di intervento finalizzati a soddisfare bisogni definiti […]”. Con la pronuncia nr.131/2020 la Corte Costituzionale cristallizza la legittimità dell’art. 55 del Codice del terzo settore (CTS) che introduce il principio secondo il quale “le amministrazioni pubbliche […] nell’esercizio delle proprie funzioni di programmazione e organizzazione a livello territoriale degli interventi e dei servizi nei settori di attivita’ di cui all’articolo 5 (del CTS), assicurano il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore,  attraverso forme di co programmazione e co progettazione e accreditamento, poste in essere nel rispetto dei principi della legge 7 agosto 1990, n. 241…”.

Agli occhi delle imprese del terzo settore, delle operatrici e degli operatori sociali e dei funzionari pubblici l’argomento dell’attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale (ex art.118 CC) rischiava di restare relegato al mondo iperuraneo dei dibattiti pubblici, nonché scarsamente utilizzato, genuinamente e proficuamente, nelle procedure di affidamento e gestione dei servizi e degli interventi sociali. Con la sentenza di legittimità della Corte la sussidiarietà si “procedimentalizza”, assume un rilievo fondamentale e non più residuale nella funzione della programmazione condivisa delle politiche pubbliche. Si dismettono i ruoli del committente e dell’agente, per impersonare la parte dei cooperanti. E’ determinate confermare che non si elimina la titolarità delle politiche pubbliche della Pubblica Amministrazione; al contrario, si orientano gli enti no profit a generare paritariamente e congiuntamente welfare e coesione territoriale, a offrire risposte condivise partendo da una lettura adeguata di bisogni sempre più differenziati.

La Calabria, nonostante il tragico ritardo con il quale dovrebbe dare forma ai famosi piani di zona sociale, ha dinanzi a sé una delle occasioni più importanti di questa fase storica. Può sostanzialmente produrre nei propri ambiti delle comunità agenti, “equordinate”, capaci di perseguire l’interesse generale senza stravolgere i principi della concorrenza tanto cari alla Unione Europea. Per evitare che tutto ciò non incorra in pratiche non trasparenti è di fondamentale rilevanza promuovere la formazione di tutti gli attori coinvolti, apprendere le famose best practice già sperimentate in altri contesti, innervare il tessuto interistituzionale e le organizzazioni sociali “secondo modalità improntate al rispetto di standard di qualità e impatto sociale del servizio, obiettività, trasparenza e semplificazione”.

Renato Scordamaglia


Giornata Internazionale per le donne e le ragazze nella scienza

Si chiamano STEM, acronimo inglese per indicare i settori di Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica; in altre parole, l’ambito scientifico, in senso lato, del Sapere, che delimita la mai raggiunta Terra Promessa della popolazione femminile, a livello mondiale.

E’ uno dei tanti tabù da abbattere nel faticoso percorso verso la parità di genere, ma, soprattutto, verso il raggiungimento delle pari opportunità fra uomo e donna, dall’istruzione alla realizzazione professionale. Un percorso a diversa densità di flusso, che si avvia sin dalla scelta dell’indirizzo della scuola secondaria di secondo grado e che si acuisce con il successivo percorso universitario: il World Economic Forum ha rilevato che meno del 30% delle studentesse opta per un indirizzo universitario o post-universitario in questo settore, con percentuali insignificanti – dall’8% al 3%, dati UNESCO – per Ingegneria, Matematica e Statistica, ITC (Information and Communication Tecnology).

Per contrastare una “fuga” di cervelli, ma, ancor di più, per sensibilizzare e avvicinare le giovani al mondo delle Scienze, nel 2015, le Nazioni Unite istituiscono la Giornata internazionale per le donne e le ragazze nella scienza, che si celebra l’11 febbraio, con il patrocinio dell’UNESCO.

Le iniziative di quest’anno sono fortemente condizionate dall’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia da COVID-19, ma è stata proprio quest’ultima ad avere attirato l’attenzione degli osservatori ONU su due punti focali: da un lato, lo straordinario contributo dato dalle scienziate alla ricerca, alla sperimentazione, alla creazione di vaccini; dall’altro, l’impatto negativo sulle giovani scienziate, agli inizi della propria carriera, che maggiormente hanno risentito di quel gap fra uomo e donna, che si è ulteriormente dilatato, incidendo sulla parità di genere.

Il richiamo da parte dell’ONU alle Istituzioni, affinchè il gender gap non si acuisca, è perentorio: il quinto dei diciassette Substainable Goals dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite è proprio la Gender Equality, al cui raggiungimento saranno dedicati interventi e attività per la decade 2020-2030. Ma ancora poco è stato concretamente realizzato in questo settore.

Indubbiamente, tra i fattori che incidono sulla poca appetibilità delle STEM per le giovani generazioni femminili vi è la mancanza di modelli femminili di riferimento e un retaggio culturale granitico, che vuole la donna più predisposta (rectius, relegata) all’ambito letterario, filosofico, artistico.

E’ un falso mito, che sconta l’incrollabilità di un dogma lungo millenni.

Eppure, in una retrospettiva storica, che ci riconduce alla Calabria del VI secolo a.C., l’attitudine delle donne per la matematica, la scienza e per l’astronomia non era poi così singolare. La Scuola di Pitagora, a Crotone, vantava ben diciassette donne fra i propri componenti, con una considerazione della donna assolutamente paritaria e rivoluzionaria (diremmo noi) per i tempi. I contributi dati da quelle straordinarie donne alle conoscenze scientifiche allora praticate erano d’indiscutibile pregio; e fortissima era la personalità che le sorreggeva. E’ celebre la vicenda di Timycha di Sparta, sposa di Myllias di Crotone, fra “le più significanti donne Pitagoriche” per il coraggio e l’audacia dimostrati innanzi al tiranno siracusano Dionisio. Costui, avendo catturato lei, incinta, e il marito, la fece allontanare dal consorte e torturare, convinto che, a causa delle sue condizioni, avrebbe ceduto alla tortura, rivelando i segreti della Scuola Pitagorica. Ma Timyca, piuttosto che cedere, tagliò con i denti la lingua e la sputò in faccia al tiranno.

Alle donne Pitagora affidò la sua Scuola, i suoi scritti e il suo sapere: alla moglie Teano, cosmologa e fine matematica, e ad una delle tre figlie, Damo, la quale, pur avendo avuto la possibilità di venderli, “non li abbandonò, poichè giudicò la povertà e l’obbedienza ai comandi di suo padre più preziosi dell’oro”.

Ancora una volta, historia magistra vitae est, ma il futuro, per una donna, è incerto e insidioso, perché, come scrisse Artemisia Gentileschi ad Antonio Ruffo di Calabria e di Sicilia, “il nome di donna fa stare in dubbio, sinchè non si è visto l’opra”.

Anna Pizzimenti


FimminaTv intervista Claudio Carallo di Calabria Condivisa sul progetto di Telemedicina

 

FimminaTv intervista Claudio Carallo del gruppo ” Per la dignità e il progresso di sanità, diritti civili e funzione pubblica”. Oggetto dell’intervista il Progetto di Telemedicina che Calabria Condivisa sta lanciando tra le istituzioni regionali.

http://www.fimminatv.it/puntate/calabria-condivisa-il-suo-progetto-di-telemedicina-spiegato-dal-dott-claudio-carallo/?fbclid=IwAR1byyn8o9kp_DpDRDDHXVzbQ6TFu0_iTjhOptOWPqutmseC3UgLU1im68w


Distretti del Cibo – la posizione di Calabria Condivisa – rassegna stampa

 

 

https://www.weboggi.it/cronaca/distretti-del-cibo-rete-calabria-condivisa-mancano-procedure-di-evidenza-pubblica-1/

https://www.lanuovacalabria.it/distretti-del-cibo-rete-calabria-condivisa-mancano-procedure-di-evidenza-pubblica

Distretti del Cibo. Rete Calabria Condivisa: “Tutto fermo”

Distretti del Cibo: tutto fermo

http://www.costaviolanews.it/index.php/cronaca/23925-distretti-del-cibo-calabria-condivisa-e-tutto-fermo-mancano-procedure-di-evidenza-pubblica

http://www.reportageonline.it/rete-calabria-condivisa-distretti-del-cibo-tutto-fermo-vuoti-istituzionali-mancano-procedure-di-evidenza-pubblica/

https://www.weboggi.it/cronaca/distretti-del-cibo-rete-calabria-condivisa-mancano-procedure-di-evidenza-pubblica-1/

https://ildispaccio.it/calabria/262431-network-calabria-condivisa-delibera-giunta-regionale-insufficiente-per-fare-partire-realmente-i-distretti-del-cibo

DISTRETTI DEL CIBO Calabria Condivisa: “Basta ritardi burocratici”

 

 

 

http://www.lametino.it/Ultimora/rete-calabria-condivisa-mancano-procedure-di-evidenza-pubblica-dei-distretti-del-cibo.html